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Il “Lodo Moro” non era una fake news: l’accordo fra lo Stato italiano e le Organizzazioni palestinesi ci fu e produsse degli effetti

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

La scelta del governo di Giorgia Meloni di procedere alla desecretazione di molti documenti finora coperti dal segreto di stato, ha permesso agli storici un’approfondita ricerca sui rapporti fra lo Stato italiano e le varie Organizzazioni palestinesi negli anni ’70, quando, il terrorismo internazionale stava devastando le opinioni pubbliche mondiali e in Italia iniziava il periodo più duro degli anni di piombo.

Oggi vi racconteremo la genesi e il contenuto di quell’accordo segreto intervenuto tra il governo di Roma, ispirato da Aldo Moro, e alcuni responsabili delle maggiori Organizzazioni palestinesi in quegli anni operanti in Europa. Sveleremo anche alcuni dei misteri che sono rimasti non risolti intorno alla figura di uno degli uomini più enigmatici e influenti dei servizi segreti italiani: il colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, responsabile prima del Sid e poi del Sismi a Beirut, in quegli infuocati anni ’70.

Giovannone, scomparso nel 1985, fu il brillante esecutore del teorema pacificatorio, pensato ed attuato da Aldo Moro, prima alla Farnesina e poi a Palazzo Chigi, all’interno di un teorema che prevedeva una diplomazia parallela che doveva cercare di evitare nuove stragi e altri lutti al nostro paese.

Giovannone pagò anche un pesante prezzo “giudiziario” a causa di questo suo ruolo di tessitore delle numerose e segretissime relazioni con il “nemico”. Relazioni che però permisero al nostro paese, ad eccezione della strage di Fiumicino che abbiamo citato prima, gestita però da sigle del terrorismo palestinese collaterali e indipendenti all’OLP, di poter vivere in modo relativamente tranquillo, almeno sul fronte del terrorismo internazionale, quel tragico periodo della nostra storia recente.

Giovannone fu coinvolto in due procedimenti penali, il primo relativo al traffico d’armi a favore delle sigle del terrorismo palestinese e delle Brigate Rosse; il secondo, che lo portò all’arresto nel luglio del 1984, accusato di aver confidato ai palestinesi notizie riservate che sarebbero state fatali per le vite dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, scomparsi per sempre. Una storia, insomma che non ha nulla da invidiare ad una spy story di successo. Ricostruiamola nel dettaglio.

Per cinquant’anni, in Italia, abbiamo ipotizzato che negli anni ’70 il nostro governo avesse stipulato un patto segreto con l’OLP di Arafat e con molte altre delle sigle appartenenti al terrorismo palestinese, nell’ottica di tenere lontano ed indenne il nostro paese dall’ondata di violenza che si stava sviluppando in tutta Europa. Tale presunto accordo, è bene ricordarlo, venne sempre negato a più riprese da parte del nostro governo, anche in risposta a puntuali interrogazioni parlamentari.

Oggi, permettetemi di dire, finalmente, grazie alla decisione del governo di Giorgia Meloni di togliere il vincolo del segreto di stato su una voluminosa massa di documenti rimasti fino ad ora sigillati negli archivi, siamo in condizioni di sapere la verità su quello che fu denominato giornalisticamente il Lodo Moro. Fu infatti l’allora Presidente della Democrazia Cristiana, prima Ministro degli Esteri e poi Capo del Governo, ad ispirare questa trattativa che portò ad un accordo assolutamente segreto per una sostanziale “tregua” tra le sigle palestinesi e il nostro governo. Ebbene, quel Lodo promosso da Aldo Moro ci fu e dagli archivi esaminati dagli esperti, emergono documenti diretti o indiretti che confermano l’esistenza di tale intesa.

Esistevano allora due anime all’interno della “balena bianca” come la definì Giampaolo Pansa, democristiana: quella di Aldo Moro tendenzialmente filoaraba e quella di Giulio Andreotti, tendenzialmente filoisraeliana. I due leader della Democrazia Cristiana, proprio nell’ambito di una valorizzazione di questi due diversi approcci alla politica estera del nostro paese, con particolare riferimento a quella del Mediterraneo, si divisero i compiti. Non si sa se in maniera diretta e condivisa o se solamente nelle condotte fattuali, fatto sta che Andreotti curò le relazioni con Tel Aviv e con Washington e Moro si preoccupò di tessere la sua tela di relazioni col mondo arabo. Entrambe per tenere l’Italia fuori dal vortice delle violenze del terrorismo internazionale e, in qualche modo, “alleata” con i paesi produttori di petrolio o di altri combustibili fossili, fondamentali per la nostra macchina industriale. Insomma, in una difficile posizione mediana, di mediatrice tra i vari interessi politici ed economici in ballo nel bacino del Mediterraneo.

Proprio recentemente è stato pubblicato il libro del ricercatore e saggista Giacomo Pacini dal titolo: “L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda” edito da Einaudi. Pacini ha lavorato lungamente, in modo brillante, nelle carte desecretate dal governo e ne ha ricavato un saggio illuminante per capire quel contesto internazionale degli anni ’70, i vari interessi in gioco, la genesi e il contenuto di quell’accordo stipulato dai nostri servizi segreti con i palestinesi, come detto sempre negato dalle nostre istituzioni.

Dopo oltre cinquant’anni, possiamo finalmente rileggere la storia di quel periodo controverso e contrastato con dei documenti ufficiali che ci accompagnano a capire cosa sia successo a livello diplomatico e di intelligence.

Provando a fare una difficile sintesi di quell’accordo, si può dire che esso consentiva ai palestinesi, anche armati, di muoversi liberamente nel nostro paese e anche, se arrestati, ne favoriva il rilascio in tempi brevi, pur nel contesto di un ordinamento contraddistinto dalla separazione dei poteri e quindi dall’autonomia della magistratura. In cambio di questa concessione, le organizzazioni palestinesi coinvolte nel patto segreto si impegnavano a non realizzare attentati in Italia. Il governo italiano, inoltre, si impegnava a rendersi promotore di iniziative diplomatiche al più alto livello internazionale, mirate al riconoscimento dell’OLP e più in generale, comunque, a sostenere, a tutti i livelli internazionali, la causa palestinese.

Bisognava dunque raccordare a questo patto segreto la nostra politica estera che doveva essere coerente con l’accordo e quindi dichiararsi favorevole alle rivendicazioni arabe: tutto ciò, senza però, nel contempo, irritare troppo e scontentare quindi Israele e gli Stati Uniti.

Il Lodo Moro durò praticamente fino al sequestro e all’assassinio del leader democristiano e cioè fino alla primavera del 1978. Moro fu il regista politico di quella intesa e fece affidamento per la sua realizzazione su un abile ed esperto ufficiale dei nostri servizi segreti, il colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, a lungo capo del centro Sid (il Servizio Informazioni di Difesa) a Beirut, nel centro infuocato del Libano in piena guerra civile.

La genesi del Lodo Moro la si ritrova nelle preoccupazioni sorte in tutta Europa agli inizi degli anni ’70, quando l’OLP e la resistenza palestinese, con il supporto di larga parte del mondo arabo, esportò nel continente europeo le tecniche terroristiche delle bombe sugli aerei, dei dirottamenti e delle azioni violente contro obiettivi israeliani, con lo scopo dichiarato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale sulle motivazioni delle loro lotte. Il massacro di Monaco di Baviera, durante i giochi olimpici estivi del 1972, ad opera del gruppo di Settembre Nero, fu l’apogeo di tale strategia terroristica palestinese.

L’Italia, con la sua collocazione geografica al centro del mar Mediterraneo, si trovò drammaticamente ad un bivio: scegliere di stare da una parte o dall’altra del tremendo conflitto in atto oppure assumere un ruolo di terzietà ed indipendenza, cercando di rimanere al di fuori dello scontro, permettendo al nostro paese di non avere dirette conseguenze di quelle stragi che stavano avvenendo in molte nazioni europee. Per questo Moro immaginò una sorta di “zona franca” da negoziare con il terrorismo palestinese per salvaguardare gli interessi del nostro paese, sperando che Andreotti, sull’altro lato diplomatico, riuscisse a mantenere lo stesso buone relazioni sia con Washington che con Tel Aviv.

Secondo l’autore del libro, Giacomo Pacini, il primo documento che certifichi l’esistenza di un dialogo clandestino tra il governo italiano e le formazioni armate riconducibili all’OLP di Arafat, risalirebbe proprio 17 dicembre 1972, un anno prima esatto rispetto alla strage all’aeroporto di Fiumicino. Proprio il colonnello Giovannone, al termine di una serrata e pericolosissima trattativa segreta con i leader palestinesi, sottoscrisse il primo documento che definiva i punti principali dell’intesa. Quei contatti si trasformarono in un vero e proprio accordo giuridico, sempre segretissimo, sottoscritto in data 19 ottobre 1973. Quando, due mesi dopo, nel dicembre di quell’anno, ci fu la ricordata strage all’aeroporto romano, l’OLP si affrettò a smentire un suo coinvolgimento in quell’attentato terroristico. Da allora e fino al 1978, l’Italia non fu più toccata da attentati violenti e stragisti da parte di sigle palestinesi.

Pacini sottolinea il ruolo fondamentale di Giovannone, quale tessitore sul campo delle mille relazioni intercorse con le controparti, nel caotico magma della politica medio orientale. L’ufficiale dei nostri servizi segreti, poté contare in quegli anni sulla copertura politica proprio di Aldo Moro che gli garantì, attraverso i responsabili del nostro intelligence, un elevato grado di autonomia e una molteplicità di relazioni che, come vedremo, gli costeranno negli ultimi anni della sua vita, pesanti accuse da parte della magistratura italiana.

Oggi possiamo dunque dire che il Lodo Moro è stato una parte fondamentale di un equilibrio forse fragile ma duraturo nelle relazioni mediterranee, in ragione dei rapporti internazionali sanciti dalla guerra fredda, dalle questioni economiche e di politica energetica fondamentali per lo sviluppo del nostro sistema industriale. Anche i rapporti con la Libia, sempre tenuti sottotraccia, permisero una relazione possibile con Gheddafi che, nonostante fosse apertamente accusato da americani e israeliani di essere il regista occulto del terrorismo internazionale, continuò a garantire all’Italia importanti forniture e contratti di petrolio e gas, vitali per le nostre industrie.

Ma chi era Stefano Giovannone? Classe 1920, fiorentino, nell’immediato dopoguerra, come tenente dei carabinieri, viene incaricato di gestire la decolonizzazione della Somalia e quindi di supportare l’amministrazione fiduciaria italiana dal 1946 al 1963. Sono gli anni in cui Giovannone costruisce e matura moltissime relazioni nel mondo arabo e diventa un autorevole professionista dei nostri servizi segreti. Dal 1972 viene trasferito a Beirut in un periodo in cui la capitale del Libano si era trasformata dall’essere la Montecarlo del Medioriente all’inferno della guerra civile.

È proprio in quegli anni che nasce la diplomazia parallela ispirata da Aldo Moro che sul campo utilizza l’esperienza, l’abilità, la spregiudicatezza e le relazioni di Giovannone per tessere la tela delle alleanze con le sigle palestinesi per evitare che il terrorismo si propaghi nel nostro paese. L’influenza di Giovannone va ben oltre i rapporti convenzionali, complice anche un ampio mandato conferitogli dall’allora direttore del Sid, il generale Vito Miceli, uomo di fiducia del leader democristiano.

Il primo esempio di attuazione del Lodo Moro si verifica il 14 gennaio 1973 quando cinque terroristi palestinesi sono arrestati ad Ostia mentre progettano di abbattere l’aereo della premier israeliana Golda Meyer con dei lanciamissili sovietici. I cinque, arrestati ed interrogati dalle forze dell’ordine italiane, vengono poi fatti evadere dai nostri servizi, proprio nell’ambito degli accordi del Lodo Moro.

Secondo l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’Italia pagò un prezzo molto caro a causa di quella intesa segreta con i vertici del terrorismo palestinese. Il Mossad israeliano, ad esempio, per rappresaglia, avrebbe abbattuto l’aereo militare italiano Argo 16, reo di essere stato utilizzato per riconsegnare proprio alcuni terroristi palestinesi ai loro paesi di origine.

Durante la prigionia del 1978, Moro scrisse diverse lettere in cui citava espressamente il colonnello Giovannone. Lo considerava una risorsa importante per la sua possibile liberazione, soprattutto per le sue competenze nella diplomazia parallela e i suoi rapporti con il mondo palestinese, a sua volta canale di interlocuzione proprio con le Brigate Rosse. In almeno due sue lettere Moro invocava il ritorno in Italia di Giovannone, ritenendolo determinante per avviare possibili mediazioni internazionali legate ai gruppi palestinesi che avrebbero potuto salvarlo. Come sappiamo il governo italiano applicò la “linea della fermezza” escludendo negoziati segreti attraverso i servizi o attraverso i canali paralleli. Per questo motivo Giovannone fu di fatto estromesso dalle trattative.

Dopo la morte di Moro, Giovannone entrò nella fase discendente della sua carriera. Aveva perso il suo “padrino” e venne marginalizzato, diventando quasi una presenza imbarazzante nel sistema del nostro intelligence.

È qui entra in pista la nostra magistratura. Secondo il giudice italiano, Carlo Mastelloni, Stefano Giovannone aveva avuto un ruolo importante nel traffico d’armi con i palestinesi e nel dossier relativo alla scomparsa dei due giornalisti italiani Toni e De Palo. Secondo il giudice i silenzi di Giovannone, non volevano proteggere la sua persona ma piuttosto la “ragione di stato” e il fragile mosaico di equilibri costruito dal Lodo Moro, persino a costo di scontentare la nuova dirigenza dell’intelligence italiano.

Giovannone morì a Roma, agli arresti domiciliari, il 17 luglio 1985. La sua vita rappresenta il paradigma perfetto del mestiere di spia: una vita vissuta nell’ombra, al crocevia tra lealtà e real politik, chiusa senza rumore, ma lasciando dietro di sé scie di sospetti e segreti che nemmeno il tempo, né la giustizia o la storia, hanno ancora del tutto svelato, come ha scritto il giornalista Andrea Vento.

In conclusione, Pacini dichiara nel suo libro di essersi convinto che i palestinesi e i libici non furono i protagonisti della strage di Bologna del 2 agosto 1980 mentre dalle carte esaminate sono stati confermati i legami tra l’OLP e le Brigate Rosse. Quello di Pacini è un libro che aiuta gli appassionati a comprendere la complessità dell’attività della diplomazia ufficiale e di quella segreta, non sempre coincidenti, ma anche l’importanza del fattore umano nella gestione di relazioni sempre in bilico tra fiducia reciproca, bugie e verità di comodo.

Euro

Euro

Con lo pseudonimo Euro, si firma uno studioso italiano, apprezzato per la sua competenza nella politica internazionale, oltre che nelle questioni economiche e di diritto riguardanti l'Unione Europea

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