Riprende la pubblicazione degli articoli che il nostro editore Riccardo Rossotto, che è anche un apprezzato storico, ha dedicato al terrorismo in Italia. Buona lettura.
Milo Goj
Fin dai primi ferimenti nei primi anni Settanta, le Brigate Rosse avevano scelto con “tragica cura” le loro vittime. Come abbiamo scritto nel corso delle precedenti puntate, i brigatisti puntarono infatti le loro armi contro dirigenti delle grandi industrie, in particolare la Fiat, rappresentanti delle forze dell’ordine, magistrati, politici e giornalisti.
Ma è nel 1979, che, per la prima volta, la vittima delle BR fu un operaio, Guido Rossa: un sindacalista, un difensore della democrazia italiana senza se e senza ma. Un assassinio che cambierà significativamente l’atteggiamento della sinistra parlamentare nei confronti dell’organizzazione terroristica. Oggi parliamo di questo episodio che ha rappresentato una svolta.
Riccardo Rossotto (“RR”): Guido Rossa era veneto, di Cesiomaggiore, dove era nato il 1° dicembre 1934. Visse parecchi anni a Torino. Il suo primo impiego fu come operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera all’età di 14 anni. Poi fece una breve esperienza alla Fiat come fresatore. Nel 1961 fu assunto dall’Italsider di Genova e si iscrisse al Partito Comunista italiano, diventando in breve tempo un esponente di rilievo della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Coltivò sempre, anche negli anni più difficili, la sua passione per l’alpinismo. Ma veniamo agli anni in cui Guido Rossa visse l’ultima fase della sua pur giovane vita: gli anni del terrorismo a Genova, quelli caratterizzati dalle infiltrazioni nelle fabbriche. Gli anni in cui scoppiarono le contraddizioni all’interno del mondo operaio e sindacale e anche all’interno della sinistra, non solo italiana. Il 1977, fu l’anno della svolta, della resa dei conti all’interno del mondo della sinistra. Come abbiamo ricordato in una precedente puntata, Luciano Lama, recatosi all’università romana della Sapienza per un comizio, venne cacciato via proprio da quel movimento che ormai contestava apertamente il partito e il sindacato. La frattura già esistente tra il mondo sindacale e la sinistra extraparlamentare si allargò in maniera irreversibile, soprattutto quando la Camera del Lavoro e i Consigli di Fabbrica condannarono in generale la violenza delle manifestazioni organizzate nelle piazze dal movimento studentesco.
All’interno dell’Italsider, come in molte altre grandi fabbriche italiane, salì la tensione e il contrasto nel mondo operaio. Da un lato vi erano coloro che restavano fedeli alla linea del partito (che proprio dall’anno precedente era divenuto consapevole dell’esistenza di quel fenomeno eversivo rosso in precedenza sottovalutato e che solo da quel ‘78 si iniziò a individuare come “terrorismo di sinistra”); dall’altro si collocavano coloro che erano critici rispetto al permanere delle forze della sinistra istituzionale all’interno dei confini del confronto parlamentare, sposando invece, con gradi diversi di coinvolgimento, l’idea della necessità di una mobilitazione di carattere rivoluzionario e spingendosi sino all’adesione alla lotta armata.
Franco Amato (“FA”).: In questo contesto difficile e anche pericoloso, Guido Rossa non ebbe dubbi nello schierarsi “senza Se e senza Ma” con il partito, con quei compagni che non intendevano abdicare alle regole dello stato di diritto. Si dichiarò fedele alla linea della fermezza ormai scelta, dopo il sequestro Moro, dal Partito Comunista, che chiese ai suoi iscritti di vigilare nelle fabbriche affinché l’organizzazione terroristica non trovi spazio per infiltrarsi, diffondere le proprie idee antisistema e reclutare nuove mani da armare. Una scelta che gli costerà la vita! Rossa si trovò a confrontarsi con dei compagni carichi di odio che detestavano non solo il lavoro, ma quel mondo di cui non condividevano nulla e che pensavano si potesse cambiare soltanto attraverso una rivoluzione violenta.
Eseguendo alla lettera le indicazioni del partito e del sindacato Guido Rossa, scelse di uscire dagli omertosi silenzi che puzzavano di connivenza per dare un esempio di come ci si dovesse comportare di fronte a dei correi delle azioni terroristiche in atto in quei mesi a Genova e in tutta Italia. Si consumò pertanto, in quei giorni, uno dei più dolorosi e strazianti dilemmi che la sinistra italiana si sia trovata ad affrontare nel suo recente passato: quello relativo a come il partito comunista dovesse rapportarsi con quella violenza politica cui erano approdate alcune frange del movimento di protesta giovanile e che però i capi del partito, a lungo, avevano sospettato essere eterodiretti e volutamente pianificati in funzione anticomunista.
Proprio nel 1975 era stato organizzato il primo seminario nazionale sull’estremismo nella scuola di formazione delle Frattocchie e l’anno dopo, nel 1976, era stata istituita la sezione “Problemi dello Stato” nella direzione del PCI, con lo scopo di studiare i temi relativi alla sicurezza e alla giustizia con specifica attenzione al fenomeno terrorista. L’assassinio di Guido Rossa rappresentò un punto di non ritorno nel confronto a sinistra sulle forme con cui agire per cambiare il sistema su cui era fondato lo Stato.
RR: Ma veniamo alla dinamica dei fatti che portarono all’uccisione di Guido Rossa. Quando, il 25 ottobre 1978, alcuni operai trovarono in fabbrica diverse copie della risoluzione della direzione strategica delle Brigate Rosse del febbraio dello stesso anno, le raccolsero e le consegnarono al delegato sindacale Guido Rossa, appunto. Questa era la regola che prevedeva l’immediata consegna al Consiglio di Fabbrica che avrebbe poi provveduto alle verifiche del caso.
Da qualche tempo Rossa nutriva più di un sospetto nei confronti del collega Berardi, da tempo additato da molti operai per le sue simpatie dichiarate per la lotta armata. Berardi fu arrestato e nei giorni successivi sarebbe stato poi processato. Nessuno, né la vigilanza interna della Italsider, né i carabinieri, ma neanche la magistratura o la stampa fecero molto per tutelare Rossa, ormai minacciato quotidianamente per il tradimento nei confronti del suo collega di lavoro. Le Brigate Rosse lo identificarono anche perché su alcuni quotidiani genovesi era comparso il suo nome quale protagonista dell’avvio del procedimento penale a carico del presunto brigatista Berardi. Guido Rossa era il primo e unico privato, cittadino e operaio che aveva denunciato un brigatista.
FA: Vi fu una certa negligenza anche da parte del partito e del sindacato che non adottarono adeguate misure di protezione personale per il loro coraggioso iscritto. Il processo Berardi fu breve: Rossa confermò quanto dettagliato nella denuncia ai carabinieri; l’imputato negò la propria appartenenza alle BR e confermò soltanto di aver distribuito i volantini in fabbrica, precisando di averli ricevuti da uno sconosciuto che gli aveva anche chiesto di raccogliere informazioni sulla fabbrica e sulle targhe delle auto dei dirigenti. Per Rossa la vita era diventata un inferno. Iniziò a ricevere telefonate di minacce e a trovare nel suo armadietto, in fabbrica, dei messaggi anonimi in cui veniva accusato di essere un traditore al servizio dei carabinieri. La scelta di Rossa finì di complicare i rapporti all’interno delle fabbriche, poiché alcuni lavoratori cominciarono a pesare le parole per il timore di essere considerati dei collaboratori delle Brigate Rosse. La colonna genovese iniziò, in quei giorni, a studiare i movimenti del sindacalista e valutò che il momento migliore per colpirlo fosse di prima mattina, non appena uscito di casa per recarsi in fabbrica.
RR: Il gruppo di fuoco, incaricato di ferire Rossa, era formato da Riccardo Dura, capo colonna, e dai militanti Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. La notte prima dell’attentato, i tre brigatisti parcheggiarono un furgone in via Umberto Fracchia, (la stessa via in cui ci sarebbe poi stato, qualche anno dopo, il blitz di Dalla Chiesa che decapitò i vertici delle Brigate Rosse genovesi) nei pressi dell’abitazione di Rossa e si nascosero al suo interno. Il piano predisposto dal gruppo di fuoco delle BR prevedeva che Guagliardo avrebbe dovuto avvicinare Rossa e ferirlo alle gambe. Dura avrebbe dovuto coprirgli le spalle e Carpi avrebbe dovuto dirigersi verso una 128 parcheggiata pochi metri più in là, per raccogliere i compagni e fuggire via rapidamente. Ma la mattina del 24 gennaio 1979, le cose andarono in modo diverso. Dura, una volta avvistato Rossa, avrebbe dovuto dare un segnale a Guagliardo, il quale a sua volta avrebbe dovuto uscire rapidamente dal furgone e colpire l’operaio. Dura però ritardò il segnale e Rossa, molto attento dopo le minacce ricevute a controllare la zona in cui si trovava, si accorse immediatamente che c’era qualcosa di anomalo; ebbe la sensazione che stesse per capitare qualcosa. Tentò la fuga verso la propria automobile, ma Guagliardo lo raggiunse.
Questa è la ricostruzione della dinamica dell’assassinio scaturita dalla trascrizione del colloquio che Guagliardo ebbe anni dopo con la figlia di Rossa, Sabina: “Io l’ho raggiunto e ho sparato. I vetri del finestrino sono andati in frantumi. Ho infilato il braccio dentro la macchina e ho sparato ancora, a distanza ravvicinata, di non più di 15-20 cm circa. Ma lui ha avuto una reazione che non mi aspettavo, si è voltato verso di me e ha raccolto le gambe al petto, cominciando a scalciare”. Guagliardo si allontanò dalla vettura, ma fu proprio in quel momento che successe l’imponderabile: Riccardo Dura, vedendo che Rossa era riuscito apparentemente a chiudersi nell’automobile, pensò che Guagliardo non lo avesse colpito e decise di intervenire personalmente sparando ancora, questa volta con una pistola non silenziata: “Gli ho chiesto – ha detto Guagliardo a Sabina Rossa – perché l’avesse fatto e lui mi ha risposto ‘pensavo che tu non fossi riuscito a colpirlo’…
Comunque ho sentito un lamento strano, forse ora è morto”. Dagli atti istruttori emerge con una ragionevole certezza che le BR avessero programmato un ferimento e non un assassinio: anche l’autopsia chiarì che Rossa fu dapprima colpito alle gambe dalla pistola silenziata di Guagliardo e, solamente in un secondo tempo, fu raggiunto da altri due colpi, uno al cuore e uno al fegato, esplosi dalla pistola di Riccardo Dura. Non è mai stato chiarito del tutto se Dura fosse intervenuto poiché non si era effettivamente reso conto che Rossa era già stato colpito o, semplicemente, per la scarsa fiducia nel compagno e soprattutto se, quando sparò a Rossa, lo fece per ferire oppure, scavalcando così le istruzioni ricevute, per uccidere.
FA: Quell’assassinio fu giudicato negativamente anche da una parte dell’organizzazione armata e considerato una specie di suicidio politico. Mario Moretti, uno dei capi delle BR, il più controverso, anni dopo avrebbe ammesso l’errore: “Rossa non bisognava neanche ferirlo – disse – una contraddizione interna al movimento operaio o la risolvi politicamente o ci sarà una sconfitta di tutti!”. Fatto sta che quel giorno Guido Rossa, pagò con la vita la scelta che aveva fatto di rispettare le indicazioni del partito e di vigilare sulle condotte dei propri compagni di lavoro nell’ottica di scoprire eventuali connivenze o addirittura complicità con i brigatisti.
Il 27 gennaio 1979, il giorno fissato per i funerali del sindacalista della Cgil, Piazza de’ Ferrari era stracolma di persone. La partecipazione fu enorme, si parlò di 250.000 persone provenienti da tutta Italia: tantissimi operai ma anche semplici cittadini, tutti solidali con quel coraggioso essere umano che per il bene comune aveva sacrificato la propria vita.
RR: La vicenda di Guido Rossa ebbe importanti conseguenze e strascichi non soltanto nella vita delle Brigate Rosse ma anche “nell’aria” che si respirava nelle fabbriche genovesi. Si diffuse un clima di sospetto reciproco per due motivi opposti: da un lato, il timore che vi fossero dei brigatisti infiltrati in fabbrica; dall’altro, quello di essere tacciati di filo-brigatismo. La vicenda fu lacerante anche per i rapporti personali e politici tra gli operai e i delegati sindacali. La scelta di Rossa traeva la sua forza e la sua coerenza – ha scritto Davide Serafino – in ciò che per anni il partito comunista era andato sostenendo, ma, calata nella realtà concreta e pulsante della fabbrica, si mostrò meno lineare e più complessa da sostenere, poiché per molti l’estraneità delle Brigate Rosse non avrebbe significato la rinuncia a qualsiasi tipo di critica verso uno Stato che con il terrorismo si era dimostrato per anni opaco. Le polemiche scatenatesi a seguito dell’uccisione di Guido Rossa compromisero i rapporti anche all’interno del sindacato. La figura di Rossa fu strumentalizzata e divenne simbolo esclusivo dell’operaio comunista, usata per criticare, tra le righe, i lavoratori iscritti ad altri sindacati.
Nel febbraio del 1979, dopo l’uccisione dell’agente penitenziario Giuseppe Lorusso a Torino e quella dell’operaio comunista Guido Rossa a Genova, Dino Sanlorenzo, Presidente del Consiglio Regionale Piemontese, insieme ad altri esponenti del Pci torinese, decise di far distribuire un questionario in cui si chiedeva ai cittadini di segnalare fatti e persone che potessero in qualche modo essere collegati a esponenti del «partito armato» e ad atti terroristici: era il segno, seppur tardivo, del cambio di atteggiamento del Pci e della sinistra parlamentare nei confronti delle organizzazioni terroristiche.
FA: Sempre in quell’anno il PCI pubblicò un opuscolo dal titolo “Guido Rossa: operaio, delegato, comunista”. Il documento divenne un caso nazionale con conseguenze devastanti sul piano dei rapporti: si scrisse che quello opuscolo era un attacco all’unità dei lavoratori. L’immagine del povero Rossa è finita per rimanere schiacciata tra due fuochi opposti, ma complementari, che non hanno reso piena giustizia alla complessità umana ed esistenziale dell’operaio. Da un lato quello della prospettata “spia” e dall’altro dell’integerrimo militante comunista. Proprio Davide Serafino ha scritto che bisognerebbe smettere di parlare di Rossa esclusivamente con riguardo alla denuncia di Berardi, quasi come se Rossa prima non fosse esistito. Bisogna sgretolare il retorico monumento al sacrificio costruito intorno alla sua figura. Per fare questo appaiono utili più che i ricordi degli ex colleghi, quelli dei compagni di scalata di Rossa, esperto alpinista. Forse gli unici ricordi in grado di restituirci i colori e le sfumature della sua personalità. Un’ultima nota è doverosa: questa tragica vicenda ebbe poi un ulteriore angosciante epilogo che chiuse definitivamente il cerchio. Il suicidio in carcere di Francesco Berardi, il denunciato dal Guido Rossa.
Riccardo Rossotto
