Ci dobbiamo abituare, anche se con molta e comprensibile fatica, a dei nuovi scenari internazionali, assolutamente imprevisti soltanto qualche anno fa. In questo approfondimento vi racconterò come stia nascendo, molto sottotraccia e quasi senza echi mediatici, una nuova “Triplice Alleanza” tra tre Stati musulmani a maggioranza sunnita come l’Arabia Saudita, il Pakistan e la Turchia.

Un’intesa che potrebbe cambiare gli equilibri del mondo e che è basata su principi e modalità di governance molto simili a quelle della Nato. Sì, proprio quel Patto Atlantico che per ottant’anni ci ha permesso di vivere in una sostanziale pace internazionale, almeno in Europa e che da quando Trump è stato rieletto alla Casa Bianca è andato in crisi, per varie ragioni. Ebbene, quella Nato che ha il suo fondamento nel famoso articolo 5 del suo Statuto che prevede l’impegno di tutti gli Stati aderenti ad intervenire militarmente in aiuto di un altro Stato membro vittima di una invasione da parte di un paese terzo (la regola oggi è che i 32 paesi devono andare in aiuto dei partner aggrediti) è a rischio di sopravvivenza.

Ma, nello stesso tempo, copiando lo stesso format legale, i tre Stati musulmani che ambiscono a diventare delle potenze a livello mondiale, sia dal punto di vista politico, sia militare, stanno per istituire una specie di Nato 2, con una specifica replica dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica che prevede, appunto, che qualsiasi aggressione contro uno dei tre firmatari deve essere considerata un attacco a tutti. Quindi solidarietà militare, quindi impegno ad intervenire qualora uno dei tre membri di questa nuova alleanza diventasse oggetto di un attacco di uno stato nemico.

Non è fantascienza, è una delle realtà di questa nuova, rivoluzionaria geo mappa del nostro pianeta che deve aprirci gli occhi e la mente su cosa ci stia accadendo intorno; ci deve preparare ad affrontare queste nuove realtà politiche e militari; ci deve far uscire, soprattutto a noi viziati e impigriti europei, da una distrazione intellettuale e sostanziale che potrebbe portare la nostra amata Europa ad un declino irreversibile. Leggete con attenzione perché vi racconterò una storia che è in pieno svolgimento nonostante il silenzio generale dei media internazionali.

La notizia è circolata, soprattutto nel web, nelle ultime settimane. La Turchia di Erdoğan sta per unirsi all’intesa, già sottoscritta fra l’Arabia Saudita di Mohammad bin Salman e il Pakistan di Asif Ali Zardari. L’obiettivo è costituire una specie di “Nato islamica” chiamata così perché prevede l’impegno dei tre Stati ad una difesa reciproca in caso di aggressione da parte di un nemico. I tre leader di tre paesi musulmani a maggioranza sunnita, si mettono, dunque, insieme per dar vita ad un’alleanza difensiva che possa acquisire un ruolo importante, orientando i rapporti di forza sia in Medioriente sia nell’Africa orientale.

Ma cosa rende omogenei, e per certi versi complementari questi tre Stati? Come dicevo, sono tre Stati con una popolazione mussulmana a maggioranza sunnita; i tre leader hanno consolidato un potere che dura ormai da lungo tempo senza grandi opposizioni all’interno dei loro paesi; hanno tutti e tre ambizioni di potenza e una composizione delle forze armate, come vedremo, complementare. L’unione, in corso di definizione, dovrebbe farli diventare un importante player del “Grande Gioco” in corso, nel rimescolamento generale in atto del nostro pianeta. Un player con cui tutti dovranno fare i conti.

Arabia Saudita e Pakistan hanno già firmato la loro intesa nel settembre del 2025, formando una nuova asse in materia di sicurezza in grado di modificare gli equilibri geopolitici di quell’area del mondo. In questi giorni ad Ankara le delegazioni dei tre paesi stanno proprio negoziando le condizioni e modalità di adesione della Turchia all’intesa già stipulata fra l’Arabia e il Pakistan. In un contesto globale segnato dall’incertezza sugli impegni dell’America di Donald Trump in Medioriente, dalla permanente assertività di Israele in quell’area, dalla crescente rivalità ormai consolidata tra Riyad e gli Emirati Arabi Uniti su diversi fronti, dalla permanente minaccia di un conflitto armato tra l’India e proprio il Pakistan, è difficile, e sarebbe sbagliato a mio avviso farlo, non prendere in considerazione questa innovativa alleanza, basata sugli stessi principi della nostra Nato, che presenta una complementarietà addirittura inquietante.

Il Pakistan è, infatti, l’unico stato musulmano dotato di armi nucleari; la Turchia, che è collocata geograficamente tra l’Asia e l’Europa, può vantare il secondo esercito più grande della Nato; l’Arabia Saudita, ricca di petrolio e di soldi, è l’unica economia, nel G20, del mondo arabo e ospita nel proprio territorio la Mecca e Medina, le due città più sacre dell’Islam. Come ha scritto recentemente Giulia Belardelli, questo accordo di difesa fin da subito ha sollevato numerosi punti interrogativi tra gli analisti.

L’accordo tra i tre prevederebbe infatti la possibilità che le armi nucleari pakistane possano essere utilizzate per difendere l’Arabia Saudita da eventuali attacchi dei suoi nemici del mondo arabo. Secondo Eleonora Ardemagni, ricercatrice dell’ISPI, il patto di mutua difesa va visto “come un rafforzamento della sicurezza nel golfo da parte dell’Arabia Saudita”. Questo – secondo l’Ardemagni – mette in evidenza quanto le garanzie di sicurezza americane non siano più considerate sufficienti dai sauditi.

D’altronde – aggiunge – l’ultima visita di bin Salman a Washington ha portato risultati positivi soltanto dal punto di vista economico. Il leader arabo sul piano della difesa militare non ha portato a casa nessun impegno concreto da parte americana in caso di attacco”.  “Il patto con il Pakistan va in questa direzione – sottolinea sempre l’analista dell’ISPI – rafforzare innanzitutto la sicurezza del Golfo. Questo perché, da un lato, c’è una difesa esterna americana che non è più solida come in passato, dall’altro, c’è una postura militare da parte di Israele molto assertiva nella regione. Il patto va visto, prima di tutto in chiave di contenimento alle avventure militari di Israele nell’area”.

Il riavvicinamento tra Erdoğan e il leader arabo bin Salman appare davvero sorprendente, inimmaginabile fino a qualche mese fa, dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi avvenuto proprio a Istanbul nel 2018. Secondo alcuni autorevoli Think tank americani, questa giravolta nelle alleanze in quell’area del mondo, trova una sua genesi nella rottura delle relazioni tra l’Arabia Saudita del principe bin Salman con il suo ex mentore e alleato Mohammed bin Zayed, leader di fatto di tutti Emirati Arabi.

Non dimentichiamoci che nel 2017, neanche 10 anni fa quindi, sauditi ed emiratini lavoravano fianco a fianco per rovesciare l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani e non ci riuscirono proprio grazie all’intervento di Erdoğan, che inviò anche un contingente militare a Doha per difendere il suo amico al-Thani. Dunque, ancora una volta, negli ultimi mesi tutto è cambiato: i vecchi nemici sono diventati alleati; i vecchi partner… avversari! Nel 2024 turchi, sauditi e pakistani hanno “lavorato” per la prima volta insieme con gli insorti siriani e il risultato finale di quella manovra fu la cacciata del tiranno Bashar al-Assad.

Oggi il leader di Damasco, l’ex terrorista, Ahmad al-Shara’ ha un legame privilegiato, per non dire di quasi di sudditanza e riconoscenza, con i tre paesi che lo hanno aiutato in maniera decisiva nel colpo di Stato. Giordano Stabile, un giornalista esperto di Medioriente, ha scritto che “Il fossato tra l’Islam conservatore ispirato alla fratellanza musulmana che spesso diventa jihadismo e l’Islam conservatore di stampo salafita, alla base del potere Saudita, si è molto ristretto”.

Questo dovrebbe aver facilitato il riavvicinamento anche tra il Qatar e l’Egitto che erano su sponde opposte, facilitando, nei fatti, la tregua faticosamente raggiunta a Gaza potendo contare su una posizione araba più compatta. In questo “Grande Gioco” delle nuove, vorticose alleanze rimane centrale una competizione conflittuale, come abbiamo già detto, tra l’Arabia Saudita e gli Emirati che stanno infatti disegnando diverse strategie di sicurezza.

Gli accordi di Abramo che erano stati firmati dagli Emirati mentre l’Arabia Saudita stava per sottoscriverli proprio alla vigilia del tragicamente famoso 7 ottobre 2023, costituiscono sempre il punto centrale sul quale girano intorno tutti gli Stati arabi, con la difficoltà di digerire la prospettiva di una normalizzazione dei rapporti con Israele. La rivalità tra l’Arabia Saudita e tutte sei le monarchie del Golfo – gli Emirati appunto – la si riscontra in molti e diversi teatri di guerra: nel Corno d’Africa, nel Mar Rosso e nello Yemen, dove la competizione e lo scontro sono molto forti.

Riyad ha recentemente lanciato attacchi contro lo Yemen, alleato degli Emirati, imponendo un primo stop alla penetrazione di Abu Dhabi nella penisola arabica e nel Corno d’Africa. Visto però che le ambizioni degli emiratini non si fermano alla penisola arabica, ma toccano anche l’Africa, la questione diventa più complessa. La Libia, la Somalia e il Sudan sono tre paesi sui quali hanno messo l’occhio gli emiratini. In Libia appoggiano le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania, proprio quelle fazioni che hanno appena sottoscritto un accordo con il Pakistan per la vendita di armi per un valore di oltre 4 miliardi di dollari, una delle più grandi transazioni mai effettuate in Libia. Adesso con la costruzione del progetto di una triplice alleanza tra Arabia Saudita, Pakistan e probabilmente tra poco tempo Turchia, le mappe e le alleanze si potrebbero di nuovo modificare.

C’è un dato da tenere nel massimo conto e rispetto, che riguarda proprio il Pakistan. Il paese ha i conti pubblici in bancarotta, con una crisi rilevantissima di liquidità. Sta cercando, a tutti i costi, di valorizzare il suo magazzino militare trasformandolo in un guadagno economico attraverso transazioni con “clienti” bisognosi di armi, come la Tripolitania. Secondo la Reuters, che di solito non sbaglia mai le analisi, Pakistan e Arabia Saudita sono in trattative per convertire circa 2 miliardi di dollari di prestiti sauditi in un accordo per l’acquisto dei Caccia JF-17, degli aerei da guerra prodotti congiuntamente da Cina e Pakistan.

Il governo pakistano ha aperto dei tavoli di trattative per la vendita di armamento anche con il Bangladesh e l’Indonesia e ha un piano strategico per la fornitura di armi a paesi dell’Asia meridionale e del Medioriente. In una prossima puntata vi racconterò la genesi e le ragioni poste a fondamento di una curiosa situazione e cioè che un paese sostanzialmente povero come il Pakistan sia seduto nel club delle nazioni dotate della bomba nucleare.

Tornando al nostro tema e cercando di mettere un po’ di ordine in questa nostra contemporaneità difficile da comprendere per la precarietà sia delle alleanze sia degli scontri tra diversi paesi, possiamo registrare la rilevanza della nuova Triplice Alleanza tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia guardando come sono coinvolti negli attuali conflitti locali. “Il caso più eclatante – ha scritto la Huffington Post – è quello del Sudan, dove l’esercito sudanese, sostenuto dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, sta combattendo contro le truppe paramilitari del RSF (Forze di Supporto Rapido), sostenute dagli Emirati Arabi Uniti. Il Pakistan ha appena sottoscritto un accordo per la fornitura di armi da 1 miliardo e mezzo di dollari con l’esercito su danese proprio per supportarlo nella lotta contro l’RSF”.

Chiudo questa fotografia sulla clamorosa alleanza che potrebbe dar vita ad una nuova Nato 2 mussulmana tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia con alcune riflessioni che ci riguardano da europei. Suggerisco, innanzitutto, agli interessati la lettura del recentissimo volume di Stefano Marcuzzi “L’Europa e la Nato alla fine della guerra fredda”(Editore Il Mulino) che affronta le gravi criticità in seno all’alleanza atlantica e disegna vari scenari per il futuro. Il più pericoloso è quello più probabile.

La Nato – scrive Marcuzzi – resta il pilastro della sicurezza europea, ma senza riforme istituzionali che ne facilitino il compito e senza un vero riavvicinamento strategico tra Stati Uniti e alleati europei, é destinata a morire”. In altre parole, un’alleanza “che si trascina quasi per inerzia in uno stato di semiparalisi, fonte incerta di difesa collettiva, attore poco credibile come promotore di sicurezza cooperativa” non ha un futuro salvo… quello di “tirare giù la saracinesca”. “Una situazione in cui la Nato rimanesse in vita come totem simbolico e gli europei non avessero trovato una soluzione istituzionale alternativa per unire le proprie forze in difesa dei valori e degli interessi dell’unica “casa comune” rimasta sul continente, ci riprecipiterebbe nelle condizioni che precedettero l’inizio della Seconda Guerra mondiale. Un rischio che con la guerra d’Ucraina è divenuto quasi una realtà”.

La seconda considerazione riguarda il ruolo dei paesi del Golfo. Fino a 10-15 anni fa erano considerati niente di più che i “benzinai del mondo”. Regni governati da emiri e sceicchi in affari con l’Occidente quasi solo per il petrolio; tiranni sostanzialmente indifferenti alla grande politica internazionale. Oggi Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar sono al centro di cruciali partite geopolitiche ma, nello stesso tempo, continuano ad essere monarchie ereditarie che negano ai cittadini il diritto di voto, di libera espressione e di costituire partiti o sindacati. In questi tre paesi si applica la sharia, la legge di derivazione islamica, sia pure con sfumature diverse. Oggi questi paesi hanno delle leadership nuove, più moderne e il principe ereditario saudita bin Salman, riveste ormai un ruolo centrale nelle grandi manovre delle nuove geo mappe internazionali. Sottovalutarli sarebbe un errore capitale.

L’ultima riflessione riguarda il sistema delle informazioni che ci vengono propinate ogni giorno, ogni ora, sui social network. Aldilà dei rischi delle manipolazioni di cui abbiamo parlato in molti precedenti contributi, vi segnalo come, proprio il caso di questa nascente Triplice Alleanza, costituisca un esempio di omissioni, evidentemente volute da qualcuno, diventando pericolose come la disinformazione. Non sapere cosa accade nel mondo non ci permette di leggere correttamente la realtà, formandoci delle opinioni fondate su informazioni certe, verificate e continue. Salvo qualche raro caso che abbiamo riportato in questo racconto odierno, l’informazione mainstream non ci sta dando nessun dettaglio su quella che potrebbe diventare la Nato 2 dei paesi musulmani. Un bel disastro disinformativo.

Euro

Euro

Con lo pseudonimo Euro, si firma uno studioso italiano, apprezzato per la sua competenza nella politica internazionale, oltre che nelle questioni economiche e di diritto riguardanti l'Unione Europea

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