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Patton, morte di un generale scomodo: incidente stradale o esecuzione?

George Smith Patton

Uno dei generali più mitizzati e conosciuti della Seconda Guerra mondiale è stato sicuramente l’americano George Smith Patton. Sono passati alla storia i suoi eccessi caratteriali ma anche e soprattutto le sue straordinarie doti di comando. Non si conoscono però bene due passaggi cruciali della sua carriera e della sua vita che ebbero un impatto importante sia sugli esiti del conflitto sia nell’immediato dopoguerra: (i) l’impresa, nel dicembre del 1944, di trasferire l’intera sua 3a Armata in pochi giorni e in un contesto metereologico proibitivo, dal fronte sud al fronte nord, per soccorrere le divisioni americane assediate a Bastogne e in grande difficoltà contro i tedeschi, a rischio di tracollo; (ii) il secondo è relativo alla dinamica della sua tragica morte, avvenuta subito dopo la fine della guerra, il 21 dicembre 1945, apparentemente per uno stupido incidente stradale ma, forse, come cercherò di spiegarvi, in realtà un incidente causato da un disegno criminoso ben preciso compiuto da qualcuno che voleva togliersi di mezzo quell’autorevole generale che stava battendosi per una nuova e immediata guerra da iniziare contro l’ex alleato sovietico. Su questa ultima vicenda nel corso degli ultimi ottant’anni si sono registrate polemiche e dibattiti contrastati.

Patton doveva essere eliminato e anche subito per evitare guai più grossi con i sovietici, non ancora diventati nemici in quel dicembre del ’45. Ma ritorniamo all’inizio di questa storia. Per il grande pubblico, in tutto il mondo, la sua faccia era quella di George C. Scott, l’attore protagonista di quel magistrale film dai 7 Oscar “Patton, Generale d’acciaio” del 1970. Un film che iniziava proprio con uno dei più famosi discorsi del generale davanti a un’enorme bandiera americana, una scena rimasta nella memoria di tutti.

George Smith Patton era nato in un sobborgo residenziale di Los Angeles, il San Gabriel, l’11 novembre 1885. Proveniva da una ricca famiglia della Virginia con una grande tradizione militare: suo nonno era stato un colonnello confederato ed era morto proprio nel 1864 nella terza battaglia di Winchester, durante la guerra civile. Il prozio, Waller T. Patton era stato uno dei protagonisti della carica di Pickett nella battaglia di Gettysburg, nel luglio del 1863. Il suo destino era dunque segnato: a 14 anni era entrato a West Point, la più famosa Accademia militare americana ed era uscito come ufficiale di cavalleria.

Nella Seconda Guerra mondiale era diventato maggiore generale e aveva prima comandato lo sbarco in Marocco, l’operazione “Torch”. Poi, come comandante della VII Armata americana, il 10 luglio 1943 era sbarcato in Sicilia, ripreso dal suo personale operatore cinematografico per i cinegiornali di tutto il mondo. Ci teneva molto a trasferire alla gente il suo leggendario ruolo di generale coraggioso e vincente, diventato famoso anche per la sua forte personalità che lo portava a condividere spesso la sua quotidianità con i soldati.

Amava, per esempio, passare tra di loro ad alta velocità sulla Jeep Willis con le medaglie sul petto e la pistola nel cuore, appesa al cinturone da cowboy, una Colt Single Action Army calibro 45 che lui aveva chiamato “pacemaker”, placcata d’argento con una impugnatura d’avorio con le sue iniziali, GSP, George Smith Patton. Diceva che, con quella pistola, aveva ucciso, nel 1916, Julio Cardenas, uno dei colonnelli di Pancho Villa. Era un grande motivatore di uomini, secondo alcuni addirittura esagerato: famosa rimase la sua frase detta nelle ore della vigilia dello sbarco in Sicilia: “E’ finito il momento di giocare, e ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali”!

Aveva una personalità molto diversa rispetto agli altri due più importanti comandanti statunitensi che avevano operato in Europa nel secondo conflitto mondiale. Eisenhower e Bradley venivano da famiglie di agricoltori del Mid West con una scarsa tradizione militare, a differenza di Patton. Questi negli anni tra le due guerre si era distinto nel servizio come ufficiale di cavalleria, tenendosi lontano dalle posizioni di Stato Maggiore a Washington nelle quali sia Eisenhower che Bradley eccellevano. Il suo stile eccessivo era molto diverso da quello di Bradley e il suo comportamento lo mise spesso, come vedremo in Sicilia, in guai seri. Eisenhower teneva in gran conto la sua combattività e la sua abilità nella gestione delle forze mobili, ma la sua impetuosità e il suo stile inopportuno, sia dentro che fuori il campo di battaglia, oltre alla mancanza di pazienza nei confronti dei compiti più prosaici ma essenziali nella conduzione della guerra moderna, limitarono la sua ascesa al rango di comandante d’armata. Era largamente considerato il più bellicoso ed esperto professionista della guerra mobile nell’ambito dell’esercito statunitense, un riflesso della sua esperienza in cavalleria.

Era ammirato dai tedeschi e spesso invidiato e criticato dai suoi stessi colleghi. Proprio in Sicilia, durante la campagna d’Italia, fu il protagonista di uno scandalo quando schiaffeggiò due soldati americani ricoverati in un ospedale militare in quanto affetti da stress post-traumatico. In realtà, rei, secondo lui, di dare un pessimo esempio ai loro commilitoni che rischiavano la vita schierati sul campo di battaglia e non in un letto di ospedale. Come punizione per quel gesto, Eisenhower lo trasferì immediatamente in Gran Bretagna, mettendolo a capo della famosa armata “fasulla”, il Fusag (First United States Army Group), quella che doveva ingannare i tedeschi sui reali obiettivi degli alleati che stavano preparando lo sbarco in Normandia.

Nel luglio del 1944, solo alcune settimane dopo lo sbarco, fu posto al comando della 3a Armata dove si distinse nelle operazioni di conquista di alcune importanti città francesi, come Nantes, Orléans, Avranches, Nancy e Metz. Nel dicembre del ’44 fu il grande protagonista della controffensiva alleata contro i tedeschi nelle Ardenne, che vi racconterò fra poco. Poi ritornò nel fronte sud e riprese l’avanzata superando il Reno e spingendosi fino a Plzen, in Cecoslovacchia a soli 90 km da Praga. Qui gli arrivò l’ordine tassativo di Eisenhower di fermarsi, lasciando ai russi l’onore di ricevere la resa tedesca della capitale cecoslovacca. Questo episodio costituisce per molti il presupposto per comprendere il complotto che secondo alcuni sta dietro la sua morte, apparentemente incidentale, avvenuta nel dicembre del ’45. Alla conferenza di Yalta, infatti, “i tre grandi”, Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica avevano deciso che i paesi orientali avrebbero dovuto essere liberati dai sovietici e Patton con la sua temeraria audacia rischiava di far saltare l’accordo, cosa che Eisenhower non poteva permettersi in quel momento, nonostante le molte critiche ricevute per quello “stop” al suo generale.

Ma entriamo nel dettaglio dei due episodi che sono rimasti apparentemente marginali nella straordinaria carriera del generale americano e che invece, a mio avviso, hanno costituito, il primo, un passaggio fondamentale per accelerare la fine del conflitto evitando un proseguo che avrebbe perpetrato tragedie e centinaia di migliaia di morti; il secondo, un passaggio importante per capire il clima di quegli ultimi mesi di vita dell’alleanza tra i russi e gli americani. Patton era un profondo anticomunista e, come vedremo tra poco, stressava i suoi comandanti per rompere quell’alleanza “innaturale”, come la definiva lui, con Mosca, aprendo subito il conflitto contro la Russia di Stalin.

22 DICEMBRE 1944: gli americani erano assediati a Bastogne dopo il dispiegarsi dell’offensiva tedesca delle Ardenne. Il 22 dicembre, malgrado riuscissero a tenere ancora la posizione, i paracadutisti della 101º divisione erano arrivati alla fine delle proprie risorse alimentari e delle scorte di munizioni. Il brutto tempo aveva impedito i rifornimenti per via aerea. Il generale tedesco von Manteuffel mandava un messaggio agli assediati chiedendo la resa. La risposta fu “Nuts”! Un gioco di parole che oltre all’assonanza con “not” è traducibile anche come matto o come più volgarmente “balls”.

Il 23 dicembre Patton ricevette l’ordine di invertire la direzione della sua 3ª Armata verso oriente per dirigersi, a marce forzate, a 90 gradi, verso Bastogne e salvare i paracadutisti americani dal tracollo. Patton riuscì nel miracolo con un’operazione di logistica militare che sarebbe passata per sempre nella storia delle grandi imprese della Seconda Guerra mondiale. In un contesto metereologico terrificante, neve, freddo sotto i 20°, bufere di vento a 100 km all’ora, strade quasi impercorribili per pioggia e fango, le divisioni della 3ª Armata americana riuscirono in due giorni, nonostante alcune imboscate tedesche, a percorrere 100 miglia e a raggiungere Bastogne, liberando i paracadutisti dalla morsa tedesca. Alcuni video su YouTube, che vi consiglio, ci riportano l’atmosfera di quelle ore e la determinazione di quei soldati animati da un grande Comandante.

Patton guidò la controffensiva americana fino alla fine del gennaio ’45. Per i tedeschi non solo fu perduta Bastogne ma fu anche abbandonata l’ipotesi dell’avanzata verso il porto di Anversa e di qualsiasi ulteriore possibilità di attacco. Da quel giorno i tedeschi si difesero soltanto, senza più attaccare, fino alla fine della guerra perché non avevano più la potenza bellica necessaria per sferrare un attacco. Quella straordinaria operazione di Patton aveva sbloccato non solo l’assedio a Bastogne ma anche un equilibrio tra alleati e tedeschi che non si sarebbe mai più riallineato.

21 DICEMBRE 1945: la Seconda Guerra mondiale si era conclusa in Europa all’inizio del maggio di quell’anno con il suicidio di Hitler. A quel punto, Patton propose pubblicamente che gli anglo-americani insieme con gli ex nemici tedeschi, invadessero l’Unione Sovietica contro il nemico Stalin. Patton si disse pronto ad avanzare subito fino a Mosca. Una bomba mediatica che fece tremare la Casa Bianca e infuriare il Cremlino. Il Pentagono decise di destituire immediatamente Patton da ogni incarico operativo. Fu nominato governatore della Baviera, un ruolo civile di tutto riposo, lontano dalle negoziazioni diplomatiche in corso in quei primi mesi del dopoguerra, tra Washington, Londra e Mosca.

A seguito di alcune decisioni non gradite, quelle di lasciare per esempio degli ex nazisti ai posti di comando di qualche reparto in Baviera, Patton fu sollevato, il 28 settembre 1945, anche dall’incarico di governatore militare. Ormai era diventato un personaggio troppo pesante e scomodo e il 7 ottobre fu rimosso anche dal comando della sua 3ª Armata. Gli fu lasciata soltanto come “consolazione” la 15ª Armata con sede a Bad Nauheim, di dimensioni ridotte, con la missione di scrivere una storia dell’ultimo conflitto bellico da lui vissuto. Il Generale decise che dal 10 dicembre, con il congedo, non sarebbe più tornato in Europa.

Proprio il giorno prima, il 9 dicembre, mentre si dirigeva ad una battuta di caccia al fagiano insieme al Generale Gay, rimase coinvolto in un incidente stradale nei pressi di Spira, vicino a Heidelberg. Ad un incrocio, la sua Cadillac limousine si scontrò violentemente contro un autocarro dell’esercito militare. Non ci fu nessun ferito tranne Patton che, seduto sul sedile posteriore dell’autovettura, fu sbalzato in avanti e urtò violentemente la testa sul sedile anteriore, contro il vetro che separava l’abitacolo anteriore da quello posteriore, rompendosi l’osso del collo. Pur avendo riportato irreversibili e gravi traumi, la sua agonia durò tra atroci sofferenze, 12 giorni, trascorsi in trazione spinale per diminuire la pressione sulle vertebre. Patton morì di edema polmonare e congestione cardiaca il 21 dicembre 1945, all’età di sessant’anni.

La dinamica dell’incidente, per certi versi strana e curiosa, scatenò subito alcuni dubbi e molte polemiche. Patton era sempre stato un anticomunista, come la stragrande maggioranza degli americani. In quei mesi del dopoguerra in più occasioni, anche ufficiali, non nascose il suo progetto di un’azione congiunta anglo-americana e tedesca in funzione antisovietica dal momento che, a suo dire, l’Unione Sovietica non avrebbe avuto motivo di restare in rapporti amichevoli con l’Occidente, una volta crollato il Reich. Il generale era convinto della inevitabilità di una guerra contro i sovietici e ipotizzava di riarmare subito l’esercito tedesco per impiegarlo accanto agli eserciti alleati contro i russi.

Il movente del suo presunto assassinio poteva dunque essere stato quello di togliere di mezzo un uomo, dal grande consenso popolare, che avrebbe potuto far saltare gli accordi di Yalta. La tesi che fu un complotto è così riassumibile: quando un uomo con un enorme potere di credibilità e trasparenza morale, come Patton, dice una verità “scomoda” al sistema, il sistema non discute, elimina. E la profezia si avverò. Non fu un incidente ma una esecuzione. Infatti, lo scontro fu tra due veicoli a bassa velocità, con un impatto minimo. Il conducente del mezzo militare che investì la Cadillac, non fu neanche incriminato, mai indagato, scomparve nell’oblio. Questo è un classico incidente che ha silenziato la verità. Patton aveva appena detto pubblicamente: “Dovremmo allearci con i tedeschi contro i comunisti, comprendendo che la Russia è il nostro vero nemico che avrebbe divorato il mondo”. Il dibattito sulla sua morte si affievolì nel tempo e scomparve tra le pagine dei giornali entrando in un cono d’ombra di smemoratezza.

Chiudo con un ricordo personale: una ventina di anni fa, in vacanza negli Stati Uniti, chiesi alla reception del mio albergo di trovarmi un avversario per un singolo di tennis. Si presentò un giovane alto 1,90 m, atletico e tecnicamente ben impostato. Riuscii a strappare un faticosissimo 6-6 … evitandomi un tie-break delicatissimo. Nel salutarci a fine partita, ci presentammo e mi disse: “Patton, George Patton”. Ovviamente, quasi incredulo, gli dissi parente del… “Sì, nipote! Anzi Il primo Patton a non aver fatto il servizio militare di carriera da sei generazioni!”. Sapeva pochissimo del nonno, non gli interessava approfondire l’argomento, si occupava di ambiente e di produrre video sull’Africa… Fu una delusione enorme!

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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