Napoleone, oltre 200 anni fa, impiegò due giorni a sbarcare dalla sua fregata, temeva l’incontro con la popolazione dell’Elba che invece lo accolse trionfalmente. Noi, oggi, andiamo di fretta. Nella pancia del traghetto i motori vengono accesi anche prima del necessario e le auto iniziano a muoversi in modo frenetico rischiando piccoli incidenti. Tutti hanno urgenza di scendere. In fuga dalla quotidianità, unico pensiero la vacanza.
Portoferraio, inizio giugno, nessun rischio di overtourism. Abbondano le targhe straniere, il nostro Paese continua ad attrarre. Ritorniamo all’Elba pieni di attese che l’isola e i suoi abitanti non deluderanno. Il mare in secondo piano, il pensiero va alla GTE, la grande traversata elbana che dalla punta orientale di Cavo si sviluppa fino a quella occidentale di Patresi o di Pomonte. Trekking di montagna a due passi dall’acqua. Ne percorreremo alcuni tratti.
Per estensione seconda solo a Sicilia e Sardegna, l’Elba ha le dimensioni perfette per l’escursionista e unisce la certezza di essere sempre circondati dal mare a una varietà di ambienti e panorami colorati, dal verde di boschi e macchia mediterranea all’azzurro del mare fino ai grigi e ai rossi ferrosi delle sue rocce. I percorsi hanno un grado di difficolta E, escursionistico, sono quindi accessibili a molti purché con un minimo di allenamento.
Cavo – Porto Azzurro. Questa prima tappa è decisamente impegnativa, oltre 19 chilometri di lunghezza per quasi 1000 metri di dislivello. Zaini leggeri, basta un antivento e poco più, occorre invece una bella riserva d’acqua. Il periodo scelto, come racconta il taxista che ci sta portando alla partenza di Cavo, è borderline, meglio sarebbe anticipare ad aprile-maggio o posticipare a ottobre. Tuttavia la giornata si presenta ventosa e camminare non sarà un problema.
Il tragitto in auto da Porto Azzurro, mezz’ora circa, è l’occasione per qualche approfondimento. Il conducente si trasforma in guida turistica e risponde alle nostre curiosità aggiungendo interessanti suggerimenti. Il carcere, ad esempio, che credevamo ormai chiuso, ospita circa 300 detenuti. Posizionato sulla parte alta del paese, all’interno di una fortezza costruita dagli spagnoli nel XVII secolo, va in controtendenza rispetto alla media situazione nazionale, niente problemi di sovraffollamento ma certo una bella scomodità per raggiungerlo in visita parenti. Parte della struttura, ripensata ad hoc, può dare ospitalità anche a molte tra le guardie carcerarie in servizio.
Lungo il percorso sulla provinciale 26 la nostra guida improvvisata ci indica il bivio per il laghetto delle Conche, un unicum all’interno del Parco Minerario, nel cantiere principale di Rio Albano attivo fino agli anni ’70 del secolo scorso. I minerali ferriferi, sciogliendosi con le piogge, donano all’acqua un colore rosso sanguigno. Veloce ricerca su Google. La visione ha un che di inquietante, forse la colpa è dei tempi di guerra che stiamo vivendo. E ancora, il mausoleo Tonietti, che incontreremo all’inizio del nostro cammino, progettato dall’architetto fiorentino Adolfo Coppedé, fratello del più noto Gino, padre dello splendido quartiere romano che porta il suo nome.
Il mausoleo, ormai abbandonato, si allinea all’inquietudine per le acque rosso sangue. La famiglia Tonietti era concessionaria di sfruttamento delle miniere elbane. In questa parte orientale dell’isola, compresa la zona di Capoliveri e del monte Calamita, l’economia girava intorno ai minerali e i segni del passato sono tuttora evidenti. Qualche negozietto, a Porto Azzurro e altrove, ancora oggi li propone in vendita. Minerali e agricoltura. Camminiamo sovente su terra rossa, su ciottoli instabili, rocce frantumate che aumentano le difficoltà a ogni passo. Attraversiamo zone coltivate, vite e ulivi soprattutto. Ne avremo conferma qualche giorno dopo visitando L’Orto dei Semplici, un piccolo giardino botanico elbano punteggiato da opere d’arte. Siamo all’interno dell’Eremo di Santa Caterina e la ragazza che ci accoglie è arrivata qui grazie alla GTE. Ci presenta l’orto con passione. Non si può lasciare l’isola senza averlo visitato.
Siamo qua per camminare e arrivati in cresta, sul Monte Grosso, la vista è magnifica. Cavo si è fatta più piccola là in basso, lo sguardo spazia dalla costa toscana a quella che conduce a Portoferraio e oltre. Un po’ di foschia, figlia del vento di scirocco, limita la vista. Il primo lungo tratto di salita è terminato, nella giornata ne seguiranno molti altri. La discesa è impegnativa, la bassa macchia mediterranea tende a chiudersi intorno allo stretto sentiero di terra e sassi. Segue un lungo tratto in falso piano all’ombra dei lecci, salita più dolce che poi si impenna per raggiungere il Monte Strega. Il nome non sembra casuale, ascesa breve ma dura, i piedi scivolano volentieri indietro, si fatica. Arrivati in punta siamo a metà circa del nostro tragitto odierno. E il panorama cambia ancora. Da qui in avanti resteremo sempre in cresta, ripetute salite e discese con la fortezza del Volterraio, mai espugnata, a indicarci la direzione. In pieno sole che per fortuna oggi è velato. Borracce sovente in mano, il simpatico taxista ci aveva avvertiti.
Nella parte finale del percorso per raggiungere Porto Azzurro si può proseguire sulla GTE e deviare solo all’ultimo, un tratto però piuttosto monotono che avevamo testato il giorno prima. Oppure scendere per il sentiero 205 che s’infila in una valletta selvaggia, con tratti attrezzati adatti a escursionisti più esperti. Non abbiamo dubbi. Vista mozzafiato, acqua dolcissima che sgorga dalle rocce, qualche sughera, un muflone che osserva dall’alto e con due passi su roccia si raggiunge il piccolo Santuario della Madonna di Monserrato. La spiaggia è ormai vicina, un tuffo ristoratore nella baia di Barbarossa. A cena iniziamo con un piatto di sburrita e la bottiglia di Ansonica, vino bianco elegante e profumato tipico dell’isola, si svuota in un attimo.
Se a oriente è il rosso il colore dominante delle rocce, a occidente si cambia. Grigio, granito, splendida roccia, solida e lavorabile che ricorda le Alpi. Sono elbane le colonne del Pantheon e di San Giovanni in Laterano a Roma. In granito si è costruito molto in tutto l’occidente elbano, come a Poggio, il paesino arroccato e tutto lastricato da cui partiamo per la salita al monte Capanne, tappa finale della GTE. Un vertical tra leccete, corbezzoli, castagni, cisti in fiore e tracce di antichi caprili. Un terreno più alpino, solidi gradini di roccia su cui il piede poggia sicuro.
La vetta è immersa nella foschia e la vicina Pianosa s’intravvede appena. Ancora un carcere ma con un risvolto nuovo, inatteso. Un tempo colonia penale agricola, dove furono reclusi mafiosi e terroristi degli anni ’70, ora Pianosa può ricevere un numero contingentato di turisti e dell’accoglienza si occupano una ventina di detenuti in articolo 21, cioè con il permesso di lavoro esterno. Un progetto di inclusione sociale e di reinserimento al lavoro che rende onore alla nostra Costituzione. E che non intende fermarsi: già si parla di nuovi sviluppi in un’ottica di rigenerazione urbana sostenibile.
Scesi dal monte Capanne e raggiunto il passo di Filicaia la vista è ancora una volta spettacolare. La grande valle di Pomonte è davanti a noi, verdissima, ricoperta di macchia mediterranea e di granito, quello naturale, non lastricato. Oltre 800 metri di dislivello, discesa non semplice nella parte iniziale, sovente a balzi su grandi sassi. Una valle un tempo coltivata, qualche traccia resta ancora oggi, resti di terrazzamenti e il “sentiero delle cantine” che porta ai magazzini, gli edifici rurali dove veniva prodotto il vino. Pomonte è lì a pochi passi, il suo mare dal blu intenso una tentazione troppo forte. Si festeggia con birra e cordialità elbana.
Alfredo Valz Gris
Link consigliati
GTE:
https://www.caielba.it/risorse/gte-grande-traversata-elbana/
Orto dei Semplici:
https://www.infoelba.it/isola-d-elba/luoghi-da-visitare/musei/orto-dei-semplici/
Pianosa:
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2024-10/speciale-pianosa-isola-carcere.html
