Dopo la tumultuosa notte del Gran Consiglio del fascismo, quando Mussolini fu messo in minoranza dalla mozione Grandi, il Duce si accinse a rilanciare il suo ruolo e la sua immagine di leader, tutt’altro che in crisi, incontrando, nel pomeriggio, il Re Vittorio Emanuele III a villa Savoia, per comunicargli, come aveva anticipato all’ambasciatore giapponese Hidaka affinché lo comunicasse ufficialmente al suo governo a Tokyo, la sua ferma intenzione di incontrare, già mercoledì 28 luglio, Adolf Hitler, a costo di andarlo a trovare apposta a Berlino e di richiedergli una immediata azione che portasse ad una tregua con Stalin, per poter fermare la guerra sul fronte orientale, concentrando il massimo sforzo delle sue residue divisioni sul fronte occidentale, contro gli alleati anglo-americani.
In caso contrario, l’Italia, e forse anche il Giappone, avrebbero assunto decisioni autonome e mirate a tali intendimenti. L’appuntamento con il Re era fissato per le ore 17:00 di quella domenica, a Villa Savoia, nella residenza privata del sovrano. Quel pomeriggio le cose non andarono però seconde le speranze del Duce. Il Re non lo fece quasi parlare e gli comunicò che il suo mandato era terminato e che aveva già individuato il suo sostituto, il Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio. Dopo appena una ventina di minuti, il sovrano, ritenendo concluso il confronto, fece tradurre su una autoambulanza Benito Mussolini in una caserma dei carabinieri a Roma, a suo dire, per salvargli la vita in caso di tumulti della popolazione.
Ma chi fu il protagonista materiale di quella specie di arresto anomalo di Mussolini che chiudeva formalmente oltre vent’anni del regime fascista? Gli storici non se ne sono mai occupati troppo di questo particolare: la notizia, quel giorno, si direbbe in termini giornalistici, era la fine del regime… null’altro! Così, la storia del tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani finì nel dimenticatoio. L’uomo che aveva materialmente “preso in consegna” il Duce dimissionato, entrò in un cono d’ombra ingiusto, soprattutto alla luce della sua carriera e del suo ruolo fondamentale, non solo quel giorno a Villa Savoia, ma anche, come vedremo, in altri momenti topici della recente storia del nostro Paese. Oggi, grazie anche al libro “L’uomo che arrestò Mussolini” scritto da Mario Avagliano e recentemente pubblicato da Marlin Editore, cercheremo di sanare questo imperdonabile oblio, raccontando la storia di un ufficiale dei carabinieri, serio e coraggioso, un fedele ed efficiente servitore dello Stato. Una rarità nel panorama antropologico di quell’Italia nell’estate del 1943.
Prima di entrare nel merito della storia di Giovanni Frignani e poi del suo ruolo decisivo in quel pomeriggio nel parco di Villa Savoia a Roma, ci sembra necessario ed opportuno contestualizzare quella storia nel clima che si respirava nella capitale italiana in quelle ore decisive della nostra recente storia patria. Dino Grandi, il grande regista insieme a Federzoni, di quella ultima e fondamentale riunione del Gran Consiglio del fascismo, appena terminata la seduta che certificò la maggioranza attribuita alla sua mozione, si recò a Montecitorio dove lo aspettava in trepidante attesa il Ministro della Real Casa, il Duca d’Acquarone. Grandi gli diede una coppia del documento approvato con le firme di tutti i membri favorevoli, facendogli una sintesi del faticoso e teso dibattito intervenuto a Palazzo Venezia.
Suggerì poi ad Acquarone che poteva procedere con gli altri passaggi del piano che avevano condiviso, indicando al sovrano la nomina del nuovo Presidente del Consiglio nella persona del Maresciallo Caviglia che avrebbe potuto poi costituire un nuovo governo tecnico-politico, senza la partecipazione di alcun fascista. Vittorio Emanuele III, ricevuto da Acquarone tale messaggio, volle fare di testa sua, firmando intorno alle ore 7:00 del mattino, il decreto che conferiva al Maresciallo Pietro Badoglio l’incarico di formare il nuovo governo. Furono incaricati i generali Ambrosio e Castellano di informare Badoglio di tale nomina: quest’ultimo si affrettò ad accettarla nel corso della mattinata, controfirmando il documento di nomina.
Il sovrano, accogliendo poi una specifica richiesta di Mussolini di anticipare il loro abituale colloquio settimanale del lunedì, lo convocò a Villa Savoia per le ore 17:00, raccomandandosi vivamente di indossare abiti civili. Dopo vari approfondimenti di questo passaggio tortuoso, ma come sappiamo efficace per porre fine ai vent’anni di regime di Mussolini, ci siamo convinti di una tesi, non proprio in linea con molte delle ricostruzioni di quei giorni a Roma. Vista la situazione militare fallimentare e l’impossibilità quindi di continuare una guerra che gli italiani non volevano più, furono messi in cantiere due progetti di cambio del regime: a nostro parere, autonomi anche se contestuali come tempistica.
Il primo, da parte del Comando Supremo delle forze armate e cioè dal generale Ambrosio con i colleghi Castellano e Carboni; il secondo, da parte di Grandi e Federzoni e cioè dei due leader del partito fascista che auspicavano una svolta nella conduzione del partito e del paese, con un Mussolini ridotto nel suo ruolo di leader ma sempre lasciato nella sua carica di Presidente del Consiglio. Non si voleva cioè realizzare un colpo di stato a danno del Duce, semplicemente si voleva ottenere da parte sua un’autocritica e un “passo indietro” nella conduzione soprattutto della guerra ma anche del partito che sembrava ormai allo sbando, privo di quegli stimoli e dell’esempio che il suo capo aveva sempre fornito e messo in mostra. Due progetti, quindi diversi ma che puntavano, il primo decisamente alla sostituzione di Mussolini, il secondo ad un ridimensionamento del suo ruolo attraverso un nuovo governo, sempre a maggioranza fascista, ma gestito non più in modo solitario dal Duce ma da un’élite dirigenziale del partito fascista medesimo.
Quando Grandi, la notte del 24 luglio, ottenne un risultato quasi miracoloso visti i precedenti degli ultimi vent’anni, e cioè quello di mettere il Duce di fronte le sue responsabilità con una mozione che lo poneva per la prima volta in minoranza di fronte ai suoi fidi, il Sovrano e il suo Ministro della Real casa, colsero la palla al balzo, da un lato, prendendo atto del successo dell’iniziativa di Grandi e, dall’altro, innescando la sostituzione di Mussolini, dimissionandolo in modo non violento.
Ed ecco che arriviamo alla cronaca di quel pomeriggio della domenica 25 luglio, a Villa Savoia, nella residenza privata del Re. Il piano, elaborato dal generale Castellano (il futuro protagonista delle trattative armistiziali dell’8 settembre), con l’assenso del Ministro della Real Casa Pietro Acquarone prevedeva che dopo un veloce colloquio tra il Sovrano e Mussolini (un colloquio nel quale Vittorio Emanuele III doveva chiaramente comunicare al Duce la necessità-opportunità delle sue immediate dimissioni, vista sia la gravissima crisi militare del paese sia anche politica all’interno del suo partito) il Re si accomiatasse dal suo ex Presidente del Consiglio, facendogli trovare proprio davanti all’uscita principale della villa reale, un’autoambulanza che gli avrebbe evitato, proteggendone l’anonimato, il rischio di una reazione popolare che avrebbe potuto porre in pericolo la sua stessa vita.
Il tenente colonnello Giovanni Frignani, quale comandante del gruppo interno dei carabinieri di Roma, fu incaricato di curare il blitz in tutti i suoi dettagli. Frignani coinvolse nella delicatissima operazione circa 50 carabinieri, tutti disposti nel parco intorno alla villa reale. Tale scelta era stata decisa per non destare sospetti sia in Mussolini, sia nella sua milizia che era rimasta fuori dal muro di cinta della residenza reale, sia per poi condurre il Duce nella caserma dei carabinieri individuata per il suo primo fermo, in stato di arresto. Tutto sembrava progettato in maniera completa ed efficiente, ma all’ultimo momento il Re, su insistenti pressioni della Regina Elena, cambiò idea.
L’arresto non doveva avvenire all’interno della residenza della famiglia reale, ma fuori, nel parco. E così fu. Molto importante fu la determinazione del tenente colonnello Frignani quando il Re manifestò i suoi dubbi e le sue riserve su quel piano d’azione. Frignani capì la preoccupazione della Regina, non si oppose e organizzò “la presa in consegna” del Duce sulla scalinata adiacente all’ingresso principale di villa Savoia. In base alle varie ricostruzioni storiche di quei momenti, Frignani incaricò di eseguire l’arresto al capitano Vigneri che avrebbe dovuto operare insieme al collega capitano Aversa. Pare che Vigneri ricevette dal suo superiore istruzioni precise per la consegna “ad ogni costo” del catturando. Vigneri e Aversa si avvalsero anche della collaborazione di tre sottufficiali sempre dell’Arma, Bertuzzi, Gianfriglia e Zenon, specificatamente autorizzati ad usare le armi in caso di necessità.
Tutto era pronto dunque alle ore 17:00 di quella domenica pomeriggio. Con quel atavico senso… di prudenza… chiamiamolo così, Vittorio Emanuele III, in vista dell’incontro con Mussolini, chiese al suo addetto militare, il generale Paolo Puntoni, di presenziare all’incontro nascosto dietro una tenda, con una pistola in mano, pronto ad intervenire se il Duce avesse avuto una reazione violenta.
Mussolini arrivò puntuale all’incontro, accompagnato dal segretario Nicola de Cesare. Il colloquio con il Re, iniziato con una stretta di mano, quella consueta come se fosse una delle tante riunioni “del lunedì”, durò non più di 20 minuti. Il Re comunicò a Mussolini la sua sostituzione con il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio; poi, in maniera sbrigativa, lo accompagnò all’uscita della residenza reale, sapendo che sarebbe stato preso in consegna dai carabinieri comandati da Frignani. Secondo le istruzioni, il capitano Vigneri andò incontro al Duce e, a nome del Re, gli chiese di seguirlo per “sottrarlo ad eventuali violenze della folla”.
Mussolini subito si oppose: cercava con gli occhi la sua macchina con l’autista e la scorta… che ovviamente non c’erano, essendo state dirottate in un parcheggio della residenza lontano dalla villa. A quel punto, vista la resistenza del Duce, Vigneri prese per un braccio Mussolini e lo caricò, quasi di forza, sull’autoambulanza militare che era parcheggiata proprio al fondo della scalinata verso la villa. Il veicolo uscì da una porta secondaria e si diresse a grande velocità (pare che il Duce abbia più volte invitato l’autista a diminuire la velocità perché sarebbe stato paradossale, dopo quanto successo, morire per un incidente stradale!) verso la caserma Podgora di Trastevere per poi essere trasferito nel quartiere Prati, in via Legnano, nella caserma della scuola allievi carabinieri, dove il Duce passò la prima notte.
Visto il rischio immanente di una facile retorica a favore o contro il blitz gestito dai carabinieri ma autorizzato dal Sovrano, è opportuno riportare alcuni passaggi sia della ricostruzione dello stesso Mussolini, sia della Regina Elena. Mussolini, a distanza di un anno da quegli eventi, dettando le sue memorie, a proposito del suo arresto a Villa Savoia, ha scritto tra l’altro: “Del Re ero sicuro: non avevo motivo di dubitare di lui. Il colloquio si iniziò con una mia succinta relazione sulla situazione politico-militare e sull’incontro a Feltre con il Fuhrer. Il Re mi fece alcune domande e fece qualche obiezione. Quando gli dissi che era necessario agire energicamente per stroncare l’offensiva dei nemici esterni ed interni, il Re, infiorando come sua consuetudine le frasi con qualche parola di piemontese, mi disse che era inutile fare progetti per l’avvenire perché la guerra era ormai da considerarsi irrimediabilmente perduta, che il popolo non la sentiva, che l’esercito non voleva battersi… Tutto è inutile ormai- disse il Re – l’avvenire della nazione e ora affidato alla corona. Le mie decisioni sono già state prese. Il nuovo capo del governo è il maresciallo Badoglio. Sarà bene che vi mettiate a sua disposizione”.
Mussolini, nelle sue memorie, sottolinea che era una prerogativa quella del Re di licenziare il suo primo ministro ma che nonostante ciò “ero e rimanevo il capo del fascismo. Questo gli dissi, lasciando villa Savoia. Quando ero ormai sulla porta il Re mi trattenne dicendomi ‘cercate di starvene tranquillo. Sul vostro nome sarà meglio che non si faccia dello scalpore. Se n’è già fatto abbastanza’ – gli risposi”.
Poi Mussolini ci riferisce la sua versione dell’arresto: “Discendendo la scalinata di villa Savoia fui sorpreso di non trovare la mia macchina ad attendermi. Con il pretesto che l’udienza si sarebbe protratta a lungo e che occorreva lasciare libero il piazzale, essa era stata avviata in un viale adiacente. Mi arrestai a metà dello scalone e chiesi al maggiordomo di casa reale di fare avanzare la mia vettura. Nello stesso istante sopraggiungeva un’autoambulanza della Croce Rossa. Un colonnello dei carabinieri, staccandosi da un plotone formato da ufficiali e militi, mi si avvicinò: “Eccellenza – mi disse – vi prego di salire nell’autoambulanza”. Sorpreso, protestai. Il colonnello rispose che quello era l’ordine ricevuto. Compresi di essere caduto in una trappola. Ma non c’era nulla da fare. Bisognava inchinarsi davanti alla forza. Salii dunque sull’autoambulanza… Con me salirono il colonnello, il mio segretario de Cesare, due carabinieri in borghese e due in divisa, tutti armati di fucile mitragliatore. L’autoambulanza partì a strappo e attraversò i quartieri di Roma a tale andatura che, ad un certo momento, pregai l’ufficiale di dare l’ordine di moderare la corsa: “Qui finiremo con l’investire qualche disgraziato e con lo sfasciarci contro un muro – dissi”.
Nel marzo del 1950, quindi quasi sette anni dopo quegli eventi, la Regina Elena raccontò in una intervista sulla rivista “Storia illustrata”, pubblicata poi nel luglio del 1983, alcuni particolari di quelle ore che lei visse da protagonista, essendo a villa Savoia quel pomeriggio del 25 luglio 1943. “Eravamo in giardino quando un emozionato Acquarone ci raggiunse e disse a mio marito “Il generale dei carabinieri desidera, prima dell’arresto di Mussolini, l’autorizzazione di Vostra Maestà “restai di sasso. Mi venne da tremare quando sentii mio marito rispondere “va bene. Qualcuno deve prendersi la responsabilità. Me la assumo io”…
Quando Mussolini arrivò salii la scalinata e mi ritirai al primo piano. Avevo lasciato la mia dama di compagnia, la signora Laccarino, nella saletta al pianterreno che ormai non poteva più muoversi. Mi narrò, più tardi, che mio marito aveva perso le staffe e si era messo a urlare contro Mussolini. Infine, gli comunicò che lo destituiva e che al suo posto metteva Badoglio. quando la Laccarino mi raggiunse, dalla finestra di una sala, vedemmo mio marito tranquillo e sereno, che accompagnava verso la scalinata della villa Mussolini. Il Duce appariva invecchiato di vent’anni. Mio marito gli strinse la mano. L’altro mosse qualche passo nel giardino ma fu fermato da un ufficiale dei carabinieri seguito da soldati armati. Il dramma si era compiuto. Mi sentivo ribollire. “E’ fatta – mi disse il Re -“Se dovevate farlo arrestare – gli gridai a piena voce, indignata – questo doveva avvenire fuori da casa nostra. Quello che avete fatto non è un gesto da sovrano”.
Insomma, in base a queste testimonianze e alle varie ricostruzioni di quei minuti, possiamo capire bene quale fu l’importanza del coraggio e della determinazione del tenente colonnello Frignani e dei suoi uomini nel portare a termine un incarico delicatissimo e fondamentale nella storia del nostro paese. Chiudiamo la cronaca di quella giornata, sottolineandovi come fu tenuto uno strettissimo riserbo su quanto accaduto a villa Savoia. Soltanto alle 22:45 fu data la notizia della sostituzione del Capo del Governo. La radio interruppe le trasmissioni per diffondere il famoso comunicato che abbiamo sentito tante volte nelle rievocazioni storiche: “Sua maestà, il Re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo di governo, Primo Ministro, segretario di Stato di sua eccellenza, il cavalier Benito Mussolini e ha nominato capo del governo, Primo Ministro, segretario di Stato su eccellenza il cavaliere maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio”. Al comunicato radiofonico, i romani si riversarono nelle piazze e per le strade della capitale invocando libertà e pace. Il ruolo e la storia del tenente colonnello Giovanni Frignani.
Ed ora rendiamo onore al merito del tenente colonnello Frignani, passando ad una breve cronistoria della vita e della carriera del protagonista di quel giorno fatale per le sorti del nostro paese. Chi era Giovanni Frignani? Nacque a Ravenna l’8 aprile 1897. Suo fratello Giuseppe fu un importante uomo del regime, parlamentare fascista, diventò anche sottosegretario nel governo Mussolini. Giovanni Frignani si arruolò volontario nel Regio esercito nelle prime ore successive alla dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915. Era ancora minorenne e quindi dovette aspettare il 1916 per venire ammesso al corso allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena da cui poi uscì con il grado di sottotenente nel 28º Reggimento fanteria della brigata Pavia. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare dopo la battaglia del Solstizio, nel giugno 1918. Nel novembre del ‘19 fu trasferito all’Arma dei carabinieri, dove ricoprì gli incarichi di tenenza prima a Parma e poi a Medicina.
Nel ‘29 venne promosso capitano e nominato capo dell’intelligence militare del corpo d’armata, un ruolo dove condusse delicate indagini di controspionaggio. Nel giugno del 1943, dopo aver brillantemente completato incarichi delicati di controspionaggio internazionale, appunto, Frignani informò direttamente il Duce di essere entrato in possesso di un documento segreto da cui risultava che Hitler considerasse l’Italia come una zona di occupazione. Mussolini dopo aver letto la sua nota riservata… ordinò il suo trasferimento immediato in Francia.
Non era neanche immaginabile dar seguito ad una relazione che ipotizzava una valutazione del Fuhrer sull’Italia non da alleato ma da occupante! Grazie ad alcune importanti relazioni ad alto livello nell’Arma, Frignani evitò l’esecuzione del provvedimento. Proprio nel luglio di quell’anno, rimasto almeno momentaneamente a Roma, ricevette il delicato incarico di gestire l’arresto del Duce. In quella terribile estate del ‘43 dovette occuparsi anche di altri due dossier molto spinosi: il primo relativo al sequestro del carteggio tra Claretta Petacci e Mussolini e del diario della stessa Claretta; il secondo relativo ad uno dei più carismatici leader del partito fascista, Ettore Muti. Fu proprio Frignani ad organizzare il blitz dei carabinieri, ad Ostia, quello che portò ad un conflitto a fuoco con Muti e la sua scorta. Uno scontro che determinò la morte dell’esponente fascista. Sulla dinamica di quell’evento regnano ancora molti dubbi e diverse ricostruzioni.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, Frignani si dedicò all’organizzazione del fronte clandestino di resistenza dei carabinieri, lavorando insieme al generale Caruso e al colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo. Frignani fu arrestato il 23 gennaio 1944 dalla polizia tedesca insieme ad altri ufficiali che si erano uniti alla resistenza clandestina. Fu rinchiuso nel terribile carcere di via Tasso, dove fu sottoposto a pesanti torture anche in presenza della moglie Lina, la quale fu più volte costretta ad assistere alle sevizie del marito ad opera delle SS tedesche. Frignani insieme ad altri 11 carabinieri fu poi assassinato nell’eccidio delle forze Ardeatine, il 24 marzo 1944.
Sarebbe facile, ma anche molto superficiale, a nostro avviso, definirlo uno sconosciuto eroe della nostra storia. Frignani non voleva diventare un eroe né un martire dei massacri tedeschi. Era semplicemente stato educato a servire il proprio paese, a diventarne un fedele esecutore di ordini, anche difficili, spinosi, a rischio della sua vita. Si comportò sempre in modo onesto e virtuoso, anche quando operò nel controspionaggio e quindi nel delicatissimo mondo delle spie. Anche sotto le torture più efferate non rivelò mai il nome o l’indirizzo dei suoi compagni di clandestinità. Anche di fronte alla moglie Lina, costretta a vederlo soffrire, non si lasciò andare, non mise mai il suo interesse personale prima di quello dell’Italia che aveva amato e onorato sempre.
Frignani merita questo ricordo perché come ha scritto lo storico Alessandro Portelli nel suo libro sulla strage delle Fosse Ardeatine (“L’ordine è già stato eseguito” – Editore Donzelli), la sua carriera è sconosciuta ai più. Portelli racconta un episodio significativo a riguardo: durante le sue ricerche sulla rappresaglia delle Fosse Ardeatine, una decina di anni orsono, si recò ad una caserma dei carabinieri per avere notizia degli ufficiali giustiziati in quella occasione. La sentinella di guardia alla sua richiesta di poter accedere alla caserma, chiamò telefonicamente il comandante dicendo “C’è un signore che chiede di parlare con Frignani: lo faccio entrare?”. L’oblio sulla figura del coraggioso tenente colonnello aveva generato una ignoranza inaccettabile anche all’interno dell’Arma.
Riccardo Rossotto
