È l’argomento del giorno, per non dire del mese o dell’anno. La Remigration (con la sua versione italiana “Remigrazione”) gioca un ruolo da protagonista nella stampa, nei talk show radiotelevisivi, nei social. Come sempre non mi pronuncio sull’oggetto del contendere, ma mi soffermo su un altro punto di vista. Il termine Remigration mi ricorda Devolution (“Devoluzione” nel senso di decentramento), non soltanto come assonanza, ma perché è una di quelle parole di cui si parla, senza avere ben chiaro di cosa si tratti.
Più che un programma, è un’idea, un sentiment, qualcosa di cui si intuisce appena il senso, ma che entra nell’immaginario collettivo. Negli anni gloriosi della Lega Nord, “Devoluzione” era la parola d’ordine, di chi voleva farla finita con lo Stato centralista, ma i modi d’intenderla erano estremamente vari e a volte contraddittori. Si andava da chi chiedeva sostanzialmente solo più autonomia a livello locale, a chi auspicava la secessione delle regioni del Nord. Lo stesso mi sembra avvenga per Remigration.
Più che un programma preciso e definito, mi sembra una visione socio filosofica, un modo di pensare, comune a chi ritiene che una società definitivamente multietnica, che annulli l’identità nazionale, si possa e si debba evitare. Per questo, vorrebbe cambiare le regole sull’immigrazione e sulla gestione degli immigrati.
Ma anche i modi di concepire la Remigrazione sono variegati. C’è chi si limiterebbe a un maggiore rigore sulla gestione dei flussi migratori e una maggiore severità per i clandestini (soprattutto se delinquono), che andrebbero rimpatriati e chi invece arriverebbe a fare remigrare anche i regolari. In realtà non ho sentito nessuno, nemmeno i più estremisti, pretendere che tutti quelli di origine straniera vadano cacciati. Ma può essermi sfuggito.
Molto più del dibattito sulla Devolution, quello sulla Remigration ha acceso gli animi e ha dato vita a due schieramenti antagonisti, che si esprimono anche in manifestazioni di piazza con cortei contrapposti, che a volte sfilano lo stesso giorno nella stessa città. Ho il serio dubbio che i partecipanti a queste manifestazioni non abbiano chiari quali principi di Remigrazione si vogliano applicare. E questo vale sia per chi auspica la Remigration, sia per chi la aborra.
Per una volta però, su un aspetto specifico, non resisto alla tentazione di prendere posizione. Molti nemici della Remigrazione, la intendono nel senso estremo di rimpatrio generalizzato e ironizzano sul fatto che non ci sarà più nessuno che accetterà di raccogliere i pomodori o di svolgere altri lavori “umili” e faticosi. Sul web pullulano vignette che mostrano gli italiani costretti a lavorare nei campi.
Gli anti Remigration che portano avanti questa polemica mostrano una visione razzista, per non dire schiavista. Dovremmo quindi, secondo loro, accogliere più immigrati possibile (in regola o meno), per farli fare, sottopagati e senza alcuna tutela, i lavori che i “bianchi” trovano indegni. Vedo poche differenze con chi nella metà dell’Ottocento favoriva la tratta degli schiavi, per avere manodopera gratuita per i campi di cotone.
Milo Goj
