Le parole sono pietre. Il vecchio adagio è oggi particolarmente attuale: in Ucraina come a Gaza, i termini utilizzati, che in altri casi possono apparire quasi sinonimi, connotano visioni decisamente distoniche tra loro. E vengono utilizzati per giustificare azioni concrete, come applicazione di sanzioni, boicottaggi, forniture di armi, manifestazioni di piazza e così via. Un conto è dire, come Putin, che in Ucraina è in corso un’operazione militare speciale per denazificare il Paese, un’altra è parlare, come fa Kiev, di guerra d’aggressione.

La terminologia assume ancora maggiore peso riguardo alla Palestina: ci si accapiglia per definire le azioni israeliane un genocidio, una “semplice” strage, o all’opposto, un’azione antiterroristica con qualche danno collaterale. Questa puntata di In/Contro non presenta due opinioni tra loro in contraddizione, ma due riflessioni che, partendo da presupposti differenti, portano a sottolineare l’importanza del linguaggio in questa terribile fase storica.

Milo Goj

 

Il protrarsi nel tempo del conflitto arabo/israeliano nel Vicino Oriente mediterraneo induce a richiamare l’attenzione anche su una sua questione collaterale rappresentata dall’uso improprio e distorto che taluni organi di informazione (stampa e televisioni) fanno di parole che, semanticamente, esprimono ben altri significati. Ci riferiamo a quelle locuzioni che risultano funzionali a perpetuare, nell’immaginario collettivo, la figura degli ebrei come individui ricchi, avari, avidi, sordidi, complottisti, guerrafondai, sfruttatori e anche – per i cristiani – deicidi in quanto uccisori di Gesù.

Considerando però la semantica di tali parole, esse risultano del tutto estranee a tali interpretazioni, motivo per cui è opportuno e doveroso ricordarne il significato originario, liberandole da ogni altra interpretazione faziosa, politicamente di comodo. In quest’ottica analizziamo “in primis” proprio la parola che è fra le più usate dai mass media in senso arbitrariamente denigratorio a carico generalmente di avversari politici e cioè la parola “EBREO”.

Essa deriva dall’antica parola ebraica “IVRI” che, in tale lingua, significa “colui che attraversa” ed è riferita ad Abramo come colui che aveva attraversato il fiume Eufrate conducendo il suo popolo di ebrei dalla Mesopotamia alla terra di Canaan, promessagli da Dio (Yaveh) sul monte Sinai (Genesi 15:18). Ebreo sta pertanto a significare semplicemente ed esclusivamente un individuo che appartiene a quel popolo, senza altre possibili scorrette interpretazioni.

Analoghe considerazioni possono essere fatte a proposito della parola “GIUDEO” anche essa usata impropriamente per definire negativamente gli ebrei. Questa parola indica formalmente null’altro che un ebreo che discende dalla Tribù di Giuda, la quarta delle dodici che erano state formate dai dodici figli di Giacobbe e solo come tale va correttamente usata. Ricordiamo che a questa Tribù appartenne anche l’ebreo Gesù spesso identificato dai Farisei, dagli Scribi e dai Sadducei come “il Giudeo” a scopo denigratorio. A questa parola viene attribuito un senso infamante riferendola soprattutto al tradimento compiuto dall’ ebreo giudeo Giuda Iscariota, che consegnò il suo Maestro Gesù ai suoi accusatori. (Matteo 26 : 14/27) senza altre possibili interpretazioni etimologiche.

Un’altra locuzione impiegata arbitrariamente e in modo scorretto e spregiativo da taluni mass media è la parola “SEMITI”. Essa si riferisce propriamente soltanto a un gruppo di antiche popolazioni così chiamate nel 1776 dallo storico tedesco August Ludwig von Schloezer facendo riferimento a quanto descritto nella Bibbia (Genesi 10: 21/31). Quivi esse vengono descritte semplicemente ed esclusivamente come discendenti da Sem, nome dato da Mosè al suo figlio primogenito, mentre coloro che discendevano dagli altri suoi figli, Cam e Jafet, diedero rigine rispettivamente alle stirpi dei Camiti e dei Giapeti.

Nel tempo, i Semiti si diffusero in varie zone del Vicino Oriente (Palestina, Siria, Assiria, Mesopotamia, Iraq, Arabia felix) e dell’Africa centro occidentale (Etiopia, Niger, Mauritania) comprendendo etnie che parlavano, oltre all’ebraico, lingue diverse, quali l’accadico, il fenicio, il tigrino, l’aramaico. Successive mescolanze fra tali genti e varie vicende storiche portarono questi popoli a indicare come “semiti” solo coloro che parlavano l’ebraico e che erano individui riservati, scontrosi, asociali e pertanto malvisti e odiati come causa di disgrazie.

Queste caratteristiche portarono a riversare arbitrariamente su di essi l’origine di ogni sventura e nequizia cui andarono soggetti nel tempo, e tale connotazione non abbandonò più tutti gli ebrei semiti, che vennero pertanto ostracizzati nel tempo senza alcun fondamento storico consequenziale.

Anche la parola “SIONISTA” ha un significato ben preciso, che non si può prestare a manipolazioni e travisazioni di comodo. Essa si riferisce correttamente – anche in questo caso – soltanto a un individuo (non necessariamente ebreo) che aderisce al “Sionismo”, movimento nazionale, politico e ideologico, fondato da Theodor Herzl nel 1897 a Basilea nel corso del Primo Congresso nazionale ebraico. Suo scopo principale era quello di riunire tutti gli ebrei esuli nel mondo dopo la Diaspora (loro dispersione nel mondo dopo la conquista della Palestina ebraica nel 70 d.C. a opera dei Romani) in un unico luogo, storicamente identificato nella stessa Palestina, in quanto terra promessa da Yaveh ai discendenti di Abramo (Genesi 15:18-21).

Il sionismo si richiama semplicemente a Sion, nome della collina orientale più alta (705 metri) delle due che circondano la città di Gerusalemme e che è il simbolo di quella terra promessa. Il Sionismo non ha mai avuto riferimenti a conquiste militari ma gli è stata data connotazione negativa come fonte di prevaricazione, di violenza e di complotti dagli arabi, in particolare denunciato ultimamente da costoro in questi termini dopo la proclamazione dello Stato di Israele (1948).

E’ sulla scorretta e faziosa interpretazione di queste parole e dei concetti che esprimono sono sorti l’Antiebraismo (pregiudizio e odio verso il popolo ebreo), l’Antigiudaismo (ostilità verso la religione ebraica), l’Antisemitismo (odio nei confronti della cultura ebraica) e l’Antisionismo (opposizione al movimento politico ebraico) elementi che furono fra i fondanti del Nazismo.

Gustavo Ottolenghi

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *