I contributi di Domenico Ioppolo e di Corrado Poli, pubblicati nella sezione della nostra testata “In/contro”, sono dedicati, anche se con tagli e prospettive diverse, a quello che, con un po’ di approssimazione si può definire “il mercato elettorale“. Il primo punto è: in che direzione un partito e/o una coalizione deve muoversi per vincere. Facciamo un passo indietro nel tempo. L’Italia della Prima Repubblica, forse unico tra i grandi Paesi occidentali, aveva un sistema bloccato.
Formalmente c’erano due schieramenti che si contendevano il Paese: la DC con i suoi alleati e il PCI. Il MSI era di fatto escluso dai giochi e a parte qualche situazione locale (ma anche, pare, l’elezione di un paio di Presidenti della Repubblica) era un partito di pura “testimonianza”. La contrapposizione tra i due schieramenti era però, secondo diversi osservatori, più apparente che reale. Gli accordi tra Stati Uniti e URSS prevedevano che i comunisti non sarebbero mai andati al governo in Italia. Il mitico “fattore K” (K come Kommunismus) era la garanzia per DC & Company di restare al governo a vita. Per il PCI in fondo non era neanche male.
Manteneva il controllo pressoché assoluto di alcune importanti regioni e città, aveva di fatto il monopolio della “cultura” e, soprattutto, gestiva pure lui, anche se non apertamente il Paese, visto che, ad esempio, oltre il 90% delle leggi (in senso lato) di spesa erano concordate con il governo e venivano votate dai comunisti. Con la seconda Repubblica questo consociativismo ebbe termine e anche l’Italia si trovò nella situazione di avere due blocchi (con qualche terzo incomodo di solito poco rilevante) che si contendevano il governo e spesso si alternavano al potere.
Semplificando, come in Francia duellavano gollisti e socialisti, in UK conservatori e laburisti, in Germania CDU/CSU (quasi democristiani) e socialisti, negli USA repubblicani e democratici, nel nostro Paese Berlusconi e alleati lottavano contro la Sinistra. Per diversi anni i politologi convenivano che si vincesse al centro. Con un’affluenza molto alta, con partiti minori alle “estreme” (con la parziale eccezione in un paio di elezioni, di Rifondazione comunista, che un certo peso l’aveva), il ragionamento era il seguente: chi è di destra (o specularmente di sinistra) mi vota in ogni caso. Devo conquistare gli indecisi che si collocano al centro indossando la maschera più rassicurante possibile.
Questo semplice schema ha smesso di funzionare, anzi, secondo me si è ribaltato. Oggi sempre più spesso si vince estremizzando le proprie posizioni. Donald Trump ha trionfato alle presidenziali con un programma fortemente identitario e tutto fuorché moderato, ancora più tranchant rispetto a quello che otto anni prima l’aveva portato alla sorprendente vittoria sulla favoritissima Hillary Rhodam. Da parte sua Zohran K. Mamdani è diventato sindaco di New York sbandierando idee socialiste. Il che, negli USA è come da noi dichiararsi marxisti lenisti. In Italia, del resto, un movimento antisistema, quindi anti centrista, come il M5S è arrivato nel 2018 a superare il 30% e a porsi come “azionista di riferimento” di almeno un paio di governi.
Quali sono i motivi di questa inversione di tendenza, che fa volare le ali? Non sono un politologo, ma piuttosto un sociologo e azzardo alcune interpretazioni. Invito come sempre i lettori de L’Incontro a intervenire, meglio ancora se con punti di vista diversi dal mio. A far traballare il vecchio schema “nessun nemico a destra (o a sinistra): si vince al centro sfumando le nostre posizioni”, sono state le Grosse Koalition di stampo tedesco. Se gli avversari governano insieme, non una volta, eccezionalmente, ma di continuo, vuol dire che in realtà sono eguali, o poco ci manca.
I partiti perdono così di personalità e quindi di attrattiva. E alle grandi coalizioni aggiungiamo i vari governi “tecnici”, “del Presidente”, “istituzionali”, e via con la semantica. Come si dice a Milano “l’è istess”.
Non deve sorprendere che il pubblico si disamori. Un po’ perché le rivalità, le grandi sfide appassionano, mentre le amichevoli annoiano. Un pò perché una fetta sempre crescente di elettorato pensa: alla fine chiunque voti, non cambia niente, tanto trovano un accordo. Cosa voto a fare?
Restando nella UE a far percepire il voto come irrilevante e quindi a far crollare l’affluenza, è la crescente perdita di sovranità nazionale. Anche se i blocchi rivali non si alleano formalmente, di fatto hanno un margine di autonomia irrilevante. Per cui chiunque vinca deve obbedire a Bruxelles (o, secondo i punti di vista, alle lobby finanziarie, ai poteri che comandano Bruxelles). E obbedienza vuol dire fare tutti le stesse cose.
A questo punto, chi mostra di differenziarsi, di avere un’identità, può essere premiato. Non dai fautori dell’aurea mediocritas centrista, ma attingendo al molto più ampio bacino dell’astensione. Risvegliando passioni, dando almeno l’illusione di poter cambiare un sistema cristallizzato a favore delle élite e a scapito dei ceti medi, sempre meno protetti e scivolati verso l’impoverimento. A questo punto, la distinzione tra destra e sinistra appare sempre più obsoleta. Il confronto è tra chi appoggia lo status quo, dominato dai poteri finanziari e chi vuole ribaltare o almeno modificare il “regime” che si è creato nei decenni svuotando la politica e mettendo tutto nelle mani di chi non è stato eletto da nessuno.
Milo Goj
