Cento anni fa, il 18 gennaio 1919, si apriva a Parigi la Conferenza di Pace che doveva certificare la fine della terribile tragedia della Prima Guerra Mondiale ridefinendo i confini di un’Europa devastata da quattro anni di una carneficina mai vista prima.

Dal 1914 al 1918, il continente europeo era stato letteralmente stravolto: i così detti “Sonnambuli” che non si erano resi conto che nel pieno della Belle Époque, quando si immaginava che il mondo nuovo, caratterizzato dall’evoluzione tecnologica, dallo sviluppo dell’arte e delle scienze, non avrebbe mai più incontrato le guerre, stava per scoppiare una catastrofe bellica dai confini e dalle dimensioni e caratteristiche non immaginate, né immaginabili.

In quattro anni, c’erano stati oltre quindici milioni di morti, si erano liquefatti quattro imperi, i 14 punti “gridati” al mondo intero dal Presidente americano Woodrow Wilson avevano introdotto nella cultura e nella visione politica europea una nuova, forse velleitaria, visione di una convivenza e coesione pacifica tra tutti i paesi.

Perché, a distanza di un secolo, vale ancora la pena rivisitare il contenuto, la cronologia, le conclusioni di quella Conferenza che, per molti, segnò soltanto “la preparazione di una certa e durevole guerra tra i partecipanti”, come scrisse in una brillante sintesi provocatoria un giornalista del New York Times inviato nella capitale francese per seguire i lavori?

Perché, a Parigi, soprattutto nella prima fase della Conferenza, e cioè fino al 28 giugno 1919, quando venne firmato il Trattato di Pace con la Germania, si misero le basi di una governance del nuovo mondo nato sulle ceneri della “inutile strage”, come il Papa definì la Grande Guerra. Delle basi fragili, contraddittorie, probabilmente troppo contaminate, da un lato da un’eccessiva voglia di vendetta, soprattutto dei francesi, nei confronti dei vicini tedeschi, e dall’altro da una visione utopistica del Presidente americano, convinto, auspicabilmente in buona fede, di poter delineare il nuovo modo di stare insieme di tutti gli abitanti del pianeta senza il rischio di nuovi conflitti.

Nei giudizi negativi sul Trattato di Versailles (primo e più eclatante esempio della voglia dei francesi di vendicare l’umiliazione subita nel 1871, quando dopo la sconfitta di Sédan, il Kaiser tedesco volle solennizzare la nascita del Secondo Reich proprio nel Castello di Versailles, dove era scritto il DNA dell’orgoglio identitario francese) pesa sicuramente la circostanza che solo diciannove anni dopo, nel 1939, scoppiò un secondo e, se possibile, ancora più tragico conflitto mondiale, proprio tra gli stessi protagonisti che erano stati seduti al tavolo di pace. Molti storici hanno definito come la “Seconda Guerra dei Trent’anni”, i due eventi bellici iniziati nel 1914 e conclusisi nel 1945: il Trattato di Versailles è stato soltanto una pausa durante due guerre.

È facile per noi contemporanei, conoscendo il finale di quella storia, addebitare ai protagonisti della Conferenza di Parigi tutte le responsabilità delle catastrofi del Secolo Breve. In realtà, dovremmo tutti fare uno sforzo per comprendere meglio il perché di certe decisioni e la dinamica di certi comportamenti, provare a metterci nei panni di quei protagonisti, alla luce della loro cultura, delle loro esperienze, del contesto mondiale in cui erano vissuti fino a quel momento. È vero che la storia non bisogna rifarla con i “Se” e con i “Ma”, ma bisogna cercare di conoscerla e capirla nei dettagli, mettendoci nei panni di coloro che la vissero nel loro contesto storico, politico e militare di quel momento. Solo così potremmo decodificare meglio l’attualità, assumendo posizioni ed elaborando pensieri autonomi, non contaminati dalla propaganda dilagante, figlia di una politica che spesso mette il cappello sulla storia a fini di bottega.

Proviamo allora a rivisitare quella Conferenza, cercando di capire i perché di un apparente fallimento. Ci siamo convinti che alla luce degli studi già svolti, della ricostruzione di quell’evento scritta dai protagonisti, si possono trarre una serie di conclusioni che escono dalla semplice e forse un po’ superficiale condanna di quel “laboratorio di pace mancata”.

I punti più rilevanti che emergono da questo esercizio sono i seguenti:

  • L’idea centrale e innovativa di Wilson di costituire la Società delle Nazioni fu, storicamente, a breve una sconfitta, ma a lungo termine, un segnale di una grande visione strategica. Se infatti, fino al 1939, l’efficacia di tale istituzione fu molto deficitaria, essa abituò le leadership politiche mondiali ad avere un sito dove confrontarsi, discutere, ragionare sulla policy. Quel modello di governance costituì l’esempio di riferimento da implementare per arrivare all’istituzione delle Nazioni Unite, dotate di fondi autonomi e, soprattutto, dei Caschi Blu, i guardiani della pace.
  • La Conferenza insegnò a tutti i leader mondiali che la diplomazia è un valore fondante delle relazioni internazionali e la sua marginalizzazione, a vantaggio di leader dotati di presunto carisma, è stata un errore gravissimo, da non ripetere.
  • Un trattato di pace non deve mai diventare uno strumento di vendetta dei vincitori sui vinti. Deve essere invece basato su una visione nuova del mondo e delle relazioni fra gli stati che fino a quel momento si erano confrontati con le armi e che invece dovevano trovare motivi di coesistenza nuovi e condivisi, in modo pacifico.
  • Il criterio di valutazione delle responsabilità dei vinti, come accadde a Vienna, e non invece a Versailles, deve riguardare le classi dirigenti, politiche e militari che hanno condotto una nazione alla guerra, non la sua popolazione. A Parigi, nel 1919, il non offrire alla nuova classe dirigente tedesca della nascente Repubblica di Weimar la legittimazione per riportare il popolo germanico nell’ambito di un’Europa unita e pacifica, fu un grande errore, non più ripetuto a Parigi, durante la Conferenza di Pace del 1947.

Il Trattato di Versailles, quindi, con tutte le sue pecche e contraddizioni, costituì un grande laboratorio politico e diplomatico. Se a Parigi, nel 1947, fu possibile impostare una pace giusta e duratura (non dimentichiamoci che siamo stati la prima generazione della storia recente dell’umanità intera a non rivivere i drammi di una guerra globale) le radici di tale successo si ritrovano proprio nel Trattato di Versailles.

Nel 1919, fra tutti gli errori commessi ed ammessi, si possono ritrovare alcune intuizioni e lezioni che, trent’anni dopo, aiutarono i negoziatori a definire un trattato giusto, serio e duraturo.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl