Ma è davvero impossibile pensare ad una fine del conflitto in essere in Ucraina e in Iran, ricomponendo una coesistenza pacifica o comunque non basata sulle armi, tra l’Occidente, la Russia, l’Iran e Israele? Alla fine del 2025, qualche politologo, non solo italiano, in occasione dell’anniversario dei cinquant’anni della conferenza di Helsinki (tenutasi nella capitale finlandese nel luglio del 1975) ha invocato un nuovo  summit internazionale del tipo Helsinki 2: una replica di quello straordinario evento che, in piena guerra fredda, segnò un primo momento di disgelo, condiviso da ben 35 paesi che sottoscrissero quell’atto, a cominciare proprio dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.

E allora, perché non tornare a studiare quell’evento clamoroso, per capire come i diplomatici internazionali dei due mondi, quello occidentale e quello russo, siano riusciti a mettere intorno a un tavolo i due nemici, ex alleati contro il nazifascismo, costruendo le basi per un mondo migliore con meno rischi di conflitti. In questo contributo vi racconterò come nacque l’idea della conferenza di Helsinki e come si arrivò a quel documento denominato “Atto Finale” che rimarrà nella storia dell’umanità per aver fissato i 10 principi fondamentali che devono reggere le relazioni tra gli Stati nel mondo.

Proprio cinquant’anni fa, nel 1975, le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, stanche ed usurate da trent’anni di guerra fredda, condivisero l’opportunità di convocare, in un paese neutrale, un grande summit internazionale che parlasse di Sicurezza, di Pace, di Cooperazione, non solo economica, tra gli Stati ed anche, finalmente, di diritti umani.

Un progetto ambizioso che, alla prova dei fatti, non si rivelò velleitario. A  Helsinki proprio nel luglio del 1975 furono sottoscritti gli accordi omonimi che costituirono l’Atto Finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE). La dichiarazione venne firmata da 35 Stati tra cui gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, il Canada e tutti gli Stati europei, tranne l’Albania e Andorra. Quel summit fu un nuovo esperimento nel quadro delle relazioni internazionali. Come traspare dal nome stesso della conferenza, la Sicurezza in Europa era la questione che maggiormente preoccupava le nazioni partecipanti ma fu senza dubbio sul piano della Cooperazione che si è espresse al meglio tutto il potere innovativo della CSCE.

Ogni paese partecipante aveva pari voce in capitolo e tutti, quindi, avevano potere di veto. Queste misure consentirono agli stati medi e piccoli e anche ai paesi “Non Allineati” o neutrali di far sentire, per la prima volta, la propria voce all’interno del panorama internazionale. Rimane famosa la combattività, ad esempio, dei delegati di Malta, inamovibili sulle proprie decisioni in merito alla governance della conferenza; come anche le posizioni di dissenso espresse, ad alta voce, da Jugoslavia e Romania all’interno del blocco comunista. Si voleva uscire dalla logica della contrapposizione tra il blocco comunista e il blocco occidentale e ci si riuscì. La conferenza di Helsinki proseguì poi a Ginevra dove avvenne una seconda sessione dei lavori con un ordine del giorno allargato anche alle “Questioni riguardanti la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo”.

Il consesso fu quindi allargato alla Repubblica Democratica e Popolare d’Algeria, alla Repubblica Araba d’Egitto, alla Repubblica Araba di Siria, ad Israele, al Regno del Marocco e alla Tunisia. I nuovi invitati poterono inserirsi nel progetto della CSCE come stati non partecipanti. Questo allargamento fu un’iniziativa promossa in particolare proprio dalla nostra delegazione e da Aldo Moro che ebbe, per primo, l’intuizione di capire che non vi poteva essere sicurezza in Europa senza la sicurezza nel Mediterraneo. Va sottolineato anche che in tutte le fasi della discussione partecipò attivamente una delegazione dello Stato Vaticano, capeggiata dal cardinale Casaroli, definito “il Kissinger della Santa Sede”.

Da anni il Vaticano si batteva per la pace in Europa e tentava dei riavvicinamenti con il blocco dell’est, ad esempio firmando il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari a Mosca, invece che a Londra o a Washington, per dare un segnale di apertura alla Russia. Questi sforzi vennero sempre più apprezzati dai russi, i quali invitarono alla conferenza di Helsinki la Santa Sede al fine di garantirsi un mediatore di alto livello nel dialogo con i paesi cattolici. Allo scopo di vigilare sul rispetto delle norme prodotte nel documento finale di Helsinki, si decise di istituire un sistema di controllo attraverso la programmazione periodica di conferenze organizzate sul modello finlandese. Queste si tennero a Belgrado (1978), a Madrid (1980) e a Vienna (1986) e portarono alla definitiva nascita dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) nel 1995. Ancora oggi, l’OSCE, è un’organizzazione stabile che conta 57 membri e si impegna a promuovere la Sicurezza, la Pace e la Cooperazione in Europa.

Se ci pensiamo oggi ci troviamo praticamente nella stessa situazione della vigilia di quello straordinario summit in Finlandia. Siamo ripiombati in un clima di guerra, purtroppo non “fredda” ma anzi “caldissima” come dimostrano le tragiche situazioni belliche non solo in Ucraina e in Medioriente, ma anche negli altri 52 conflitti esistenti nel mondo, anche se meno conosciuti in quanto non coperti mediaticamente rispetto ai due conflitti tra russi e ucraini e tra israeliani e palestinesi.

Auspicando tutti, almeno apparentemente, il ripristino della pace, perché non si riesce a ricreare un’atmosfera analoga a quella della vigilia della conferenza di Helsinki del 1975? Come mai, nonostante gli apparenti anche se bizzarri sforzi che le superpotenze stanno facendo per cercare di individuare un compromesso accettabile per tutte le parti coinvolte nei conflitti armati, non si intravede una via d’uscita, un percorso condiviso che possa portare almeno ad una tregua d’armi, prodromica poi per una pace definitiva? Come si arrivò ad organizzare e condividere il programma della conferenza di Helsinki?

Proprio ponendoci questi interrogativi, siamo andati a rileggerci tutti i lavori preparatori che portarono le allora superpotenze mondiali (non c’era la Cina a Helsinki!) a sedersi intorno ad un tavolo e a discutere di Sicurezza, di Pace, di Cooperazione, di Diritti Umani.

Come detto, cinquant’anni fa dopo un attento, accurato e silenzioso lavoro diplomatico “sotto traccia” si riuscì a riaprire un microfono, un dialogo che portasse ad un confronto pacifico non mediato dalle armi. In questa puntata vi racconterò proprio i lavori preparatori di Helsinki 1 sperando che possa servire per dare delle idee per riprogrammare a breve una Helsinki 2. Qual era il contesto in Europa di quegli anni ‘70, un decennio cruciale per le sorti dell’Europa, segnato da eventi che avrebbero contribuito a trasformare il vecchio continente da un punto di vista economico sociale e politico e come la CSCE si inserisce proprio come specchio e motore dei cambiamenti in corso?

La conferenza venne letta dalla storiografia, soprattutto nei primi anni successivi, come un’iniziativa nata principalmente da Mosca e mirata a confermare lo status quo e risolvere le questioni territoriali aperte in Europa dopo la conferenza di Yalta: la sovranità sulla Germania est e la divisione dell’Europa nelle quattro sfere di influenza. Oggi la CSCE è valutata più come il frutto di una doppia volontà: sovietica e conservatrice, da un lato, ed europea e progressista dall’altro, rivolta a una distensione concreta nella vita dei propri cittadini.

Agli inizi di quegli anni ‘70, il sistema economico dell’Unione Sovietica incominciava a scricchiolare imponendo al Cremlino di adottare politiche diverse nei confronti dell’Occidente. I più visionari tra i russi, immaginavano un futuro denso di preoccupazioni per non poter più competere con lo storico nemico più potente e più moderno. Così, facendo proprio leva sulla diplomazia autorevole della Santa Sede romana, Mosca intraprese i primi passi per sondare la disponibilità di altri paesi a provare a sedersi intorno a un tavolo, ragionando su un futuro di pace e di cooperazione. Teniamo conto, altresì, che anche gli Stati Uniti stavano attraversando un periodo molto delicato dal punto di vista politico: il fallimento in Vietnam pesava sulla opinione pubblica americana, traumatizzata dalla prima sconfitta militare subita, in quel piccolo e lontano paese del Far East. Molti americani erano contrari al continuare una politica di intervento militare in paesi lontani mille miglia dalle coste atlantiche e pacifiche americane.

Insomma, due stanchezze e due crisi crearono i presupposti per l’avvio di una modalità diversa di confronto. D’altronde, l’obiettivo dell’Unione Sovietica di definire un sistema di sicurezza nel centro Europa si era già sviluppato fin dalla fine degli anni ‘50, all’interno del dibattito sul disarmo. Il piano Rapacki del 1957, rilanciato l’anno successivo alle Nazioni Unite, si era già spinto a proporre la creazione di una zona di neutralità atomica comprendente le due Germanie, la Polonia e la Cecoslovacchia e fu un utile banco di prova, anche se allora senza concretizzarsi in alcuna azione specifica per i sovietici che, fin dall’immediato dopoguerra, erano impegnati a trovare un assetto stabile per le proprie conquiste territoriali. I primi anni ‘60 registrarono un crescente clima di tensione fra le due superpotenze – le crisi di Berlino e poi di Cuba – che rallentò i dialoghi sulla sicurezza in Europa, mettendo il mondo a rischio di un terzo conflitto mondiale.

Ma proprio dopo la crisi dei missili a Cuba e l’istituzione della linea telefonica “rossa”  tra Washington e Mosca, fu rilanciata la politica del dialogo proprio fornendo alle  leadership politiche dei due paesi uno strumento per una discussione diretta e non mediata. Proprio da quel 1962 infuocato, nascevano i primi accordi sugli armamenti nucleari, i “padri” di quello che sarebbe stato poi l’atto finale di Helsinki. Nel 1966 i Ministri degli Esteri del Patto di Varsavia proposero ai governi occidentali di istituire un sistema di sicurezza collettivo tramite la creazione di una conferenza pan-europea priva di discriminazioni ideologiche o politiche.

La proposta affrontava questioni di grande delicatezza, come lo scioglimento simultaneo delle alleanze della Nato e del Patto di Varsavia e il ritiro delle forze militari straniere dal territorio europeo. Quest’ultimo aspetto venne sostanzialmente respinto soprattutto da Washington che voleva mantenere un presidio militare in quella Europa. Da quel momento però, il fronte compatto dei membri dell’Alleanza Atlantica incominciò ad evidenziare le prime crepe. La più evidente fu quella francese con il Presidente de Gaulle che lasciava intendere di volersi smarcare dalla egemonia americana, allacciando relazioni più strette con Mosca e con i paesi dell’est. Un comportamento che ovviamente fu visto con grande preoccupazione in America. Gli ultimi accordi del ‘63 e del ‘68 sul disarmo nucleare furono un’altra occasione di dissidio tra la Francia e gli Stati Uniti. De Gaulle vedeva in quei trattati un chiaro ostacolo alla realizzazione del suo progetto bellico nucleare: “Le force de frappe”.

Fu così che la Francia si rifiutò di firmare i trattati e continuò i test nucleari fino al ‘74. Da parte sua Mosca vedeva nella conferenza europea uno strumento per risolvere alcune questioni politiche con dei leader comunisti europei, restii ad applicare rigorosamente la dottrina russa, come la Jugoslavia o l’Albania, quest’ultima, in quel momento storico, sostanzialmente colonizzata dalla Cina di Mao.

Le proteste del 1968 che interessarono le università e le piazze americane ma non solo, furono il momento di svolta della politica americana. I giovani chiedevano il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e le manifestazioni di piazza invocavano la pace, la fine della discriminazione razziale, un’uguaglianza effettiva nei diritti e nelle opportunità tra tutti i cittadini del mondo. La cosiddetta “beat generation” americana impose alla leadership politica di Washington di cambiare registro e di occuparsi di diritti umani e di pace.

Il trauma, nel 1968, dell’occupazione militare russa della Cecoslovacchia, quella del socialismo dal “volto umano” di Dubcek, sembrò interrompere la magia di una possibile conferenza mondiale sulla pace e sulla cooperazione. L’uso della forza da parte del Patto di Varsavia marcò un forte dissenso anche all’interno del campo comunista, dove, per esempio, il Partito Comunista Italiano, seguito poi da quello francese e da quello spagnolo, incominciò a meditare su un rapporto diverso e meno caratterizzato dalla sudditanza verso Mosca: nasceva l’idea di una nuova forma di comunismo che prese il nome proprio di Euro-Comunismo. La presidenza Nixon e soprattutto il ruolo e la filosofia del nuovo Consigliere per la Sicurezza Internazionale Americana, Henri Kissinger, il campione della “Real Politik”, riaprì la speranza di un dialogo costruttivo verso la cooperazione e la riduzione degli armamenti nucleari.

In questo nuovo contesto politico, con il mutamento della leadership di diversi Stati anche europei, iniziò ufficialmente il progetto che avrebbe portato alla conferenza di Helsinki. Con un appello molto simile a quello del 1966, i paesi del Patto di Varsavia si rivolsero per una seconda volta agli Stati europei, agli Stati Uniti e al Canada, proponendo una conferenza che avrebbe dovuto elaborare un codice europeo di buona condotta, condannando l’uso della forza nelle dispute territoriali e vietando l’ingerenza negli affari interni nel quadro delle relazioni fra Stati, a diverso regime economico-sociale.

L’appello fu colto positivamente e, con il fattivo supporto della diplomazia del Vaticano, i vari Stati coinvolti iniziarono a confrontarsi sui temi e sulle modalità di gestione della ipotizzata conferenza internazionale. Tra il 1970 e il 1972, il governo finlandese svolse un’energica campagna a favore della sua convocazione, rilanciando la proposta di svolgere i negoziati a Helsinki. La condizione di parità fra gli Stati, grandi medi e piccoli, fu garantita dal principio del consenso, che prevedeva che ogni decisione fosse valida solo se assunta all’unanimità.

I colloqui preparatori si aprirono ad Helsinki il 22 novembre 1972. Questo pre- negoziato venne caratterizzato da frequenti scontri di posizione fra il mondo dei paesi dell’est e gli occidentali: si discuteva di tutto. Di logistica (le dimensioni e la forma dei tavoli di lavoro; la sede della riunione; la composizione delle delegazioni partecipanti; eccetera) e soprattutto di metodo: su quali temi i partecipanti avrebbero dovuto discutere e in base a quale ordine del giorno.

Dopo lunghissime negoziazioni, il documento finale conteneva l’insieme delle raccomandazioni a cui si sarebbero dovuti attenere i Ministri degli Esteri alla futura conferenza. All’interno vi si stabiliva la successione delle sessioni, il contenuto dell’ordine del giorno e i mandati delle tre commissioni e relative sottocommissioni. A seguito delle sollecitazioni dell’Italia e di Malta, fu inserito anche l’allargamento delle discussioni ad alcuni Stati del Mediterraneo.

La prima fase della conferenza si svolse a Helsinki tra il 3 e il 7 luglio 1975. Vi parteciparono i 35 Ministri degli Esteri dei paesi che avevano accettato di aderire alla conferenza, ratificando i programmi elaborati durante i colloqui preliminari e specificando le loro posizioni nei confronti dei contenuti e degli obiettivi del summit. Più tardi, durante la seconda fase di Ginevra, tra il 18 settembre ‘73 e il 21 luglio ‘75 incominciarono i veri e propri lavori e venne realizzato il documento finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, firmato poi ad Helsinki il 1° agosto del 1975 dai capi di Stato dei 35 paesi partecipanti.

Questa dunque è stata la genesi della conferenza di cinquant’anni fa. Oggi, come dicevamo, il tema è tornato ad essere cruciale per tutti i paesi europei ma non solo. Per questo motivo incomincia a girare per le cancellerie delle varie capitali mondiali un progetto per aprire una trattativa a “tutto campo” che tenga conto delle preoccupazioni proprio per la sicurezza di ogni partecipante, esattamente come accadde cinquant’anni fa. “Forse – scriveva nei giorni scorsi Giuseppe Sarcina – lo stesso Putin immagina qualcosa di simile quando sostiene che occorre risolvere “le cause profonde“ del conflitto da lui scatenato il 24 febbraio 2022. Per i russi questo significherebbe, tra l’altro, cancellare solo l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato”.

Vale la pena scorrere i punti principali della dichiarazione di Helsinki del 1975 (un documento di 45 pagine) che è basata su 10 principi fondamentali che devono reggere le relazioni tra gli Stati.1) rispetto della sovranità di ogni paese; 2) nessun ricorso alla minaccia o all’uso della forza; 3) inviolabilità delle frontiere; 4) tutela dell’integrità territoriale degli Stati; 5) composizione pacifica delle controversie; 6) non intervento negli affari interni di altre nazioni; 7) protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; 8) eguaglianza dei diritti e garanzia dell’autodeterminazione dei popoli; 9) cooperazione tra gli Stati; 10) esecuzione in buona fede degli obblighi del diritto internazionale.

La Russia da quel fatale, 24 febbraio 2022 ha violato tutti e 10 questi principi! Putin sarebbe disponibile a fare una marcia indietro totale, riconvertendosi ai 10 principi sottoscritti dalla Russia nel 1975 ad Helsinki? Allo stato, non sembra proprio: anzi! È molto difficile fidarsi di un leader che negli ultimi 15 anni ha pianificato ed eseguito l’aggressione prima e l’annessione poi di una serie di Stati come l’Ucraina e la Georgia. Fino a quando il leader russo non si sentirà al sicuro continuerà ad agire ricorrendo anche alla violenza pur di difendere gli interessi nazionali della Russia: questa è l’opinione maggioritaria che circola tra gli occidentali. D’altronde Trump e Netanyahu con l’attacco all’Iran quanti punti hanno violato della dichiarazione di Helsinki del ’75, violando il diritto internazionale?

Come poter riprendere quindi il filo degli insegnamenti partoriti a Helsinki cinquant’anni fa? Tenendo senz’altro conto che esistono dei nuovi protagonisti delle geo-mappe internazionali che non potrebbero essere assenti in una eventuale conferenza di Helsinki 2. Ci riferiamo ovviamente alla Cina e all’Arabia Saudita del principe Bin Salman. Infine, dobbiamo ricordarci che nel 1975 il Presidente americano era il repubblicano Gerald Ford, subentrato a Nixon dopo le dimissioni del Watergate. Ora c’è Trump che nell’ultimo mese ha prima ordinato di bombardare l’Iran, poi ha cannoneggiato la Nigeria a tutela delle minoranze cattoliche e ora appare sul punto di attaccare il Venezuela. Tutti atti che costituiscono quelle “interferenze negli affari interni di altri paesi” bandite dall’accordo di Helsinki.

Insomma, dobbiamo renderci conto che stiamo vivendo una stagione storica in cui nel mondo viene preferita la forza alla diplomazia per risolvere le crisi. Una scelta in palese contrasto con lo spirito di dar vita eventualmente ad una nuova Helsinki.

Detto ciò, la speranza è l’ultima a morire e, nella storia dell’umanità, ci sono stati momenti in cui le leadership hanno saputo fare uno scarto rispetto alle complessità esistenti, trovando la forza e la pazienza per una soluzione diplomatica ai vari conflitti pendenti. Perché non illudersi che una Helsinki 2 sia possibile… nonostante tutto!

Euro

Euro

Con lo pseudonimo Euro, si firma uno studioso italiano, apprezzato per la sua competenza nella politica internazionale, oltre che nelle questioni economiche e di diritto riguardanti l'Unione Europea

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