Nei suoi progetti, badate bene non nei suoi sogni, è già previsto. Dopo il Nobel per la Pace, la statua sul Monte Rushmore, con il suo mezzo busto. Il quinto padre della patria, insomma, il “degno” compagno di Washington (1732-1799), Jefferson (1743-1826), Theodore Roosevelt (1858-1919), Lincoln (1809-1865): un immortale nella storia degli Stati Uniti d’America. Una fake news? Mica tanto se pensiamo che una deputata repubblicana della Florida ha preso in parola il Presidente e ha depositato una proposta di legge al Congresso. Non ho alcun dubbio che sappiate di chi sto parlando: Donald Trump, il “dittatore” Presidente degli Stati Uniti, come lo ha definito recentemente il giornalista Alan Friedman, molto preoccupato per le sorti del suo paese.

Invece di entrare però, nell’incubo di un’analisi del rischio di tenuta democratica della nazione che è stata vissuta da una gran parte del nostro pianeta come il simbolo della Libertà e della Democrazia, torniamo sul monte Rushmore. In questo articolo vi racconterò la storia che ha reso famoso nel mondo questo arido territorio, chi pensò per primo a raffigurarvi, scolpiti nella pietra della montagna, i quattro visi dei presidenti che fino a quel momento (anni ‘30) erano considerati i padri della patria americana.

Già, fino a quel momento, perché fin dagli anni successivi dopo l’inaugurazione del monumentale Mount Rushmore National Memorial, iniziarono a spuntare nuove candidature per altri presidenti che, secondo i promotori, avrebbero meritato di essere raffigurati anche loro nel massiccio roccioso del Sud Dakota. Finora nessun candidato ha ottenuto l’approvazione del Congresso. Ora con Trump… chissà!
Fin dall’antichità più remota, molti dei potenti del mondo pensarono di diventare immortali attraverso un monumento che li raffigurasse per sempre. I libri di storia sono pieni di leader che hanno tentato di rendere eterna la propria immagine e la propria storia attraverso monumenti e raffigurazioni imperiali.

Il narcisismo, l’ego smisurato, l’ambizione di passare alla storia sono state caratteristiche antropologiche frequenti nei grandi personaggi del nostro passato. Recentemente, Jacopo Veneziani nel suo podcast, ha raccontato alcuni di questi esempi di megalomania feroce. Ne citerò soltanto alcuni, vissuti in diverse ere della storia dell’umanità. Il primo fu Qin Shi Huang, il primo imperatore della Cina che si fece seppellire insieme all’ormai famoso esercito di terracotta: migliaia di suoi soldati, a grandezza naturale, di tutte le specialità – fanti, arcieri, balestrieri – tutti con visi ed espressioni diverse, in perfetto assetto di battaglia, con vere armi di bronzo e con alcuni a cavallo, pronti all’assalto.

L’imperatore cinese aveva voluto lasciare ai posteri la sua immagine di conquistatore con i suoi valorosi soldati di fianco, con un monumento su una estensione di oltre 50 km². Avendo visitato il sito di Xi An, scoperto soltanto nel 1974 da un povero contadino cinese che stava cercando l’acqua per i suoi campi di riso, suggerisco a tutti di andarlo a visitare prima o poi perché ci si rende conto appunto di quella che era la visione di un uomo assunto al potere, un grande potere come quello di imperatore della Cina, che voleva diventare eterno e immortale insieme a tutti i suoi fedeli guerrieri, che lo avrebbero difeso contro chiunque e per sempre.

Se dalla Cina di oltre 2000 anni fa, passiamo alla Roma antica, dovremmo avere almeno 10 podcast per raccontarvi la storia di leader della Repubblica prima o dell’Impero dopo di Roma che hanno voluto diventare eterni, attraverso la costruzione di statue, busti dipinti e sculture. Mi limito a ricordarvi il colosso di Nerone, di bronzo dorato, alto circa 35 metri e cioè come un palazzo di 10 piani, più il piedistallo di circa 11 metri. La statua si specchiava in un lago artificiale proprio dove sarebbe sorto poi il Colosseo.

Il “modesto e sobrio” Nerone che pensava di essere un Dio si fece ritrarre proprio come una divinità, con una sfera in mano a indicare il dominio sul mondo. Ovviamente con nell’altra mano una spada, il segno del potere assoluto che aveva consentito quel dominio sul mondo. Come ha raccontato Veneziani, la statua poi negli anni successivi cambiò faccia: Vespasiano fece sostituire la testa di Nerone con quella di Helios, Dio del Sole, incoronato di raggi luminosi.

L’imperatore Adriano, più tardi, la fece spostare accanto all’anfiteatro Flavio, trainata in piedi da 24 elefanti. Proprio da quel colosso nacque il nome “Colosseo”. Nei successivi tempi di crisi quando c’era bisogno di cannoni e di armi quella statua fu fusa: il bronzo serviva alle esigenze militari e sarebbe stato uno spreco lasciarlo inutilizzato.

Il terzo personaggio di questa galleria di megalomani non può che essere Napoleone Bonaparte. Dopo la vittoria di Austerlitz, probabilmente la più grande impresa militare compiuta dall’imperatore francese, fece fondere oltre 1000 cannoni nemici per innalzare la colonna che oggi possiamo vedere in Place Vendome. Ovviamente, in cima a quella colonna non vi può che essere un Napoleone con le vesti di un antico “Cesare romano” con il gladio, la corona d’alloro e la vittoria alata. E, come vi abbiamo già detto, potremmo andare avanti per ore, raccontandovi le follie maniacali di altri leader mondiali tutti concentrati a costruire dei simboli della loro grandezza. Tutti con la stessa fissazione: farsi più grandi di ciò che erano.

In questo contesto di apparente follia, purtroppo troppo spesso accaduta, si può collocare, anche culturalmente, il progetto che ha portato alla costruzione delle quattro statue dei presidenti americani sul monte Rushmore, nel Sud Dakota, uno degli Stati più poveri degli Stati Uniti. Vediamo come nacque l’idea, facendo un salto nel tempo e calandoci in quelli che furono definite “le guerre indiane”.

Il trattato di Fort Laramie, del 1867, prevedeva la creazione, su quel territorio, di una riserva indiana abitata dalla tribù degli Sioux: l’impegno del governo di Washington era di non avvicinarsi a quel territorio salvo motivi legati alle migrazioni dei bufali. Tanto per tornare a un tema che abbiamo già trattato a proposito della tragedia dei genocidi, sentite come viene ricordato in modo diverso quell’accordo fra le due parti sottoscrittrici: i capi Sioux da una parte e i funzionari di Washington dall’altra.

Il progetto di Rushmore fu concepito con l’intenzione di rendere quella località una meta attrattiva per i turisti contando non soltanto sulla natura locale ma anche sul trionfo della civiltà occidentale, sulla geografia, attraverso la realizzazione di figure antropomorfe”. Per gli indiani, quel monumento avrebbe invece incarnato “La perdita delle nostre terre sacre e le ingiustizie subite dal momento dell’istituzione del governo degli Stati Uniti”. L’idea, quindi, nacque da un banale problema economico di un territorio povero e di difficile fascino per il turismo. Perché non costruirci proprio lì un’opera che poteva rappresentare i simboli della modernità, della libertà e della democrazia?

Il monte Rushmore era stato denominato dalla tribù indiana degli Sioux il monte “I sei nonni” e fu soltanto dopo una spedizione del 1885, finanziata da Charles Rushmore e mirata a individuare nuovi territori per la caccia, che la montagna venne dedicata proprio al ricco investitore americano con la designazione ufficiale da parte del Dipartimento dei Geographic Names di Washington “Mount Rushmore” nel giugno del 1930. Fu lo storico Doane Robinson a concepire l’idea del monumento proprio per promuovere il turismo di quella zona.

Nel 1924 Robinson incaricò lo scultore Gutzon Borglum di studiare il progetto dopo aver verificato la tipologia di roccia presente in quel complesso montuoso. Il piano originale prevedeva di scolpire i pilastri di granito sulla parete verso sud-est. Il nome di Borglum venne fuori perché lo scultore si era già occupato del progetto del memoriale del monte Stone, dedicato ai confederati dello Stato della Georgia, un progetto che però fallì prima di cominciare. Fu il Presidente degli Stati Uniti, Calvin Coolidge che ottenne il via libera dal Congresso il 3 marzo 1925.

I lavori iniziarono nel 1927 e si conclusero nel 1941, poco prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. La scelta di quei quattro presidenti fu adottata perché essi rappresentavano rispettivamente “la Nascita” (Washington), “la Crescita” (Jefferson), “lo Sviluppo” (Theodore Roosevelt), e “la Stabilità” della nazione (Lincoln). In totale furono utilizzate 410.000 tonnellate di roccia che vennero prelevate dal fianco della montagna. Furono 400 i lavoratori impegnati nel lavoro e che scolpirono le colossali sculture di 18 metri ciascuna.

E’ curioso registrare che il capo intagliatore fu un artigiano italiano, Luigi del Bianco, emigrato negli Stati Uniti dal Friuli e selezionato per questo prestigioso incarico proprio per la sua conoscenza e cultura del linguaggio scultoreo e la capacità di infondere delle emozioni nelle espressioni dei personaggi scolpiti. Nella prima versione del progetto, ogni presidente doveva essere raffigurato dalla testa ai fianchi ma, poi, la mancanza di fondi, costrinse a terminare la costruzione il 31 ottobre 1941, soltanto con il busto alto di ogni personaggio. Quando, nel 1941 l’opera fu completata, gli scultori dichiararono che la roccia rimanente non appariva adatta per ulteriori intagli. Addirittura alcuni sostenevano che l’eventuale ulteriore raffigurazione di un altro presidente avrebbe potuto dar vita al crollo delle altre quattro raffigurazioni.

Nel dopo guerra sono state avanzate comunque delle proposte aventi a oggetto l’ipotesi di aggiungere nuovi personaggi. La candidatura di John Kennedy avvenne subito dopo la sua morte nel 1963; quella di Ronald Reagan in due occasioni nel 1985 nel 1999: quest’ultima proposta arrivò fino alla discussione al Congresso ma non ottenne la  maggioranza. Nessuno quindi, finora, ha ottenuto il via libera tanto che il Presidente Barack Obama, di cui si ventilava una candidatura, si limitò a una battuta ironica su questa eventualità: “Lo escludo perché le mie orecchie – disse – sono troppo grandi per consentirlo!”.

Un altro presidente che secondo un sondaggio del New York Times del 2018 potrebbe ottenere la maggioranza dei consensi necessari, è Franklin Roosevelt: un presidente che avrebbe ottenuto più dei due terzi dei consensi degli intervistati. Ma la sua candidatura non fu mai portata al Congresso. Questa è la storia del monumento di Rushmore che raggiunse comunque l’obiettivo dei promotori originari. Viene definito il “Santuario della Democrazia” e attira più di due milioni di visitatori all’anno.

Se dovessimo dar retta agli specialisti scultori o geologi, potremmo dormire sonni tranquilli: il sogno di Trump di diventare il quinto presidente su quella montagna si scontrerebbe con le leggi della geologia: intorno ai quattro volti esistenti ci sono già fratture profonde e rocce friabili. Un colpo di scalpello potrebbe compromettere tutto. Con una brillante e provocatoria riflessione, un ex sovrintendente del Parco nazionale di Rushmore disse “Aggiungere un volto al monte Rushmore sarebbe come mettere una Apostolo in più nell’ultima cena di Leonardo”. Tutto ciò basterà per calmare le ambizioni, neanche tanto nascoste di Donald Trump?

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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