Lo si è detto, in più occasioni e da più parti, durante la campagna referendaria. Qualunque fosse stato l’esito del referendum costituzionale sulla giustizia, si sarebbe dovuto continuare a parlare di giustizia. I sostenitori del no usavano questo argomento per sottolineare l’inutilità (oltre che la pericolosità) della riforma costituzionale: pur dopo il referendum si sarebbero dovuti affrontare e risolvere i problemi che affliggono la giustizia italiana, bisognosa di ben altre riforme, che non quella in discussione, volta solo a depotenziarne la capacità di assolvere il proprio mandato, ostacolata dall’indebolimento del principio di equilibrio tra i poteri dello Stato.
Da altri, pur dopo il riconoscimento da parte di autorevoli esponenti dello schieramento a favore del sì (Buongiorno, Nordio), che effettivamente altro sarebbe stato l’intervento sulle norme costituzionali e altro quello volto a dare maggiore funzionalità al sistema giudiziario, si era preferito, comunque, insistere sulla scelta operata. In ogni caso, a chi ha partecipato a momenti di discussione promossi dai vari comitati per il no, è capitato di essere sollecitato a continuare, dopo l’esito del referendum, nel lavoro di avvicinamento della giustizia ai cittadini, dando risposte al loro bisogno di conoscenza e di comprensione delle ragioni di disfunzioni più o meno gravi.
Dunque, può essere utile riprendere il filo di un discorso che è stato giocoforza trattare solo con accenni durante la campagna referendaria, i cui temi (o meglio: la cui posta in gioco) erano altri da quelli di interesse dei cittadini. La ragione è di evidenza intuitiva. La partecipazione al voto (alta, a fronte delle preoccupanti tendenze di segno opposto manifestatesi nelle elezioni politiche e amministrative) e l’analisi del voto (che avrebbe coinvolto, per valutazione diffusa, molti giovani elettori) dimostrano che il dibattito pubblico che ha accompagnato la campagna referendaria ha fatto venire alla luce interessi reali, sui quali -verosimilmente- potrebbe non risultare velleitario auspicare l’ascolto da parte della politica e, finalmente, l’elaborazione di un disegno riformatore complessivo, da articolare in specifiche proposte.
Per la verità qualche segnale, per quanto ancora non forte, che qualcosa possa muoversi nella direzione del rilancio del dibattito pubblico sulla giustizia non è mancato nelle scorse settimane. Su alcuni dei maggiori quotidiani si sono sostenute tesi che paiono confortare queste osservazioni. Qualche esempio può essere utile a dimostrarlo. Sul Corriere della Sera dell’8 maggio scorso Gerardo Villanacci dice no all’immobilismo post-referendum e, contemporaneamente, auspica la prudenza nel mettere mano ad un insieme di riforme che valgano a modernizzare il nostro sistema giudiziario, risolvendo le <<annose problematiche della giustizia del nostro paese>>, a partire dalla <<riduzione dei tempi del processo>>, ma rimanendo focalizzati <<sulla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini>>.
Più esplicito il Vice Presidente del Csm, Fabio Pinelli, che, nell’intervista al Corriere della Sera del 15-5-26, invita a superare la lettura politica dell’esito referendario, rivendica i risultati positivi dell’attuale consiliatura in materia di nomine per gli uffici direttivi e definisce “estremamente rigorosa” l’attività della sezione disciplinare del Consiglio. Di quest’ultimo, anzi, evidenzia che il pluralismo interno, sia nella componente togata che in quella laica, sia una ricchezza e non un limite: opinioni non so quanto condivise nello schieramento politico che ha portato alla sua elezione tra i membri laici del Csm e, poi, alla Vice presidenza dello stesso, ma proprio per questo da apprezzarsi come segno di un possibile confronto che superi se non altro certe asprezze dei precedenti scontri.
Non semplice tenere insieme il tutto, compresa l’esigenza di prudenza, cioè di costruire -sulle singole questioni da affrontare- punti di equilibrio che assicurino un ampio consenso, non solo in sede parlamentare: ma probabilmente non ci sono alternative di metodo. E tuttavia, non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma di tenere conto di alcune difficoltà che appaiono serie.
La prima. Nell’agenda politica del governo e della sua maggioranza parlamentare al primo posto (per non dire che si tratta dell’unico posto) sembra esserci il varo di una nuova legge elettorale. Si tratta di un tema delicato, che assorbirà non poco tempo dei lavori parlamentari e sul quale la divisione non riguarda solo maggioranza e opposizione, ma attraversa anche la coalizione che sostiene il governo. Le sue diverse componenti, infatti, oltre a declamare l’esigenza di stabilità, sono preoccupate dai riflessi per il proprio gruppo delle soluzioni che possano adottarsi sui diversi punti da affrontare (proporzionale o maggioritario, entità del premio di maggioranza, collegi uninominali, voto di preferenza). Ma c’è dell’altro. Da tempo il dibattito pubblico sulla giustizia va articolandosi su molte questioni sulle quali le diverse posizioni attraversano magistratura e avvocatura, oltre che i diversi schieramenti politici.
Il tema delle risorse, ad esempio, non è esaurito dalla necessità di più magistrati, più personale amministrativo (meglio formato e retribuito rispetto all’attualità), più tecnologie (di buon livello qualitativo, cioè diverse da quelle a tutt’oggi sperimentate nel processo penale), e dalla stabilizzazione dei precari: punti sui quali è lecito aspettarsi impegni comuni da parte degli operatori. Esso riguarda anche la distribuzione delle risorse sul territorio. La riforma delle circoscrizioni giudiziarie, a suo tempo realizzata superando resistenze ben superiori a quelle previste, dovrebbe essere completata, nel segno di ulteriori accorpamenti di uffici giudiziari piccoli, che negli anni scorsi non hanno dato prove di efficienza e qualità nelle performances realizzate. Invece abbiamo appreso della riapertura del Tribunale di Bassano del Grappa, il che dimostra che la guerra non è finita (come osservava con amarezza, benché sopravvissuto, il protagonista di Napoli milionaria).
E non mancano neppure temi, se possibile, ancora più sensibili. Quello della prescrizione dei reati, pur oggetto di interventi riformatori negli anni scorsi, vede tuttora molti scontenti. Per non parlare dell’autogoverno dei magistrati e dei temi collegati dell’associazionismo giudiziario, sui quali chi ha partecipato alla campagna referendaria per conto dei comitati per il no ha misurato tanti luoghi comuni, tanta semplificazione, poca reale informazione e poca sensibilità per la valenza costituzionale delle questioni; dove rimangono forti contrapposizioni nelle analisi e nelle soluzioni proposte.
Gli esempi potrebbero continuare (carcere e funzione della pena; legislazione antimafia, della quale si cominciano a mettere in discussione i capisaldi dell’esperienza italiana, benché apprezzata all’estero, quale il contrasto all’accumulazione di ricchezze di illecita provenienza). Sfiducia, allora? No, affatto. E però Fulvio Gianaria, noto penalista torinese, ci ricorda, dalle pagine locali di Repubblica, che il sistema presenta una “inefficienza funzionale”, riferendosi al “voluto e programmato intralcio ad un sistema giudiziario che può minacciare troppi interessi, diversi ma coalizzati.
È la grande alleanza di coloro che ritengono che la giustizia migliore sia quella che non funziona. Una certa sinistra che non ha mai avuto fiducia nello Stato, i mascalzoni che violano le regole per arraffare, una destra una volta legalitaria che ora preferisce dare fiducia solo ai poliziotti, e una gran parte dei cittadini affascinata dalla prudenza: non si sa mai può accadere anche a me. Una maggioranza che è infastidita dai reati degli altri ma anche preoccupata dai processi che rischia di subire. Non importa tanto che siano processi giusti, meglio che siano pochi”. Come sempre, sarà compito della politica scegliere. Ma è chiaro che senza approfondimenti che coinvolgano anche l’opinione pubblica, chiunque governerà lo farà nel modo improvvisato e raffazzonato già visto nelle ultime legislature; laddove sarebbe auspicabile che esso sia accompagnato da una visione complessiva dei problemi: quale giustizia? E prima ancora: quale legalità? quali diritti?
Francesco Gianfrotta
