La recente pubblicazione di Gabriele Segre, editorialista ed esperto di relazioni internazionali, è un testo “scomodo”, sia per il suo contenuto sia perché lo stesso sottotitolo, che chiarisce il concetto a base dell’intero volume, lo ribadisce: “Abitare la scomodità del mondo“.

La tesi di fondo di Segre, che viene precisata nei vari capitoli del libro, è che la visione che l’Occidente ha avuto del mondo per molti anni, almeno dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 ad oggi, era viziata da un clamoroso errore di valutazione. Eravamo infatti convinti che “la storia fosse finita” e che il futuro sarebbe stato tutto “in discesa, verso democrazia, benessere e diritti per tutti”.

Il trionfo della tecnica ci ha poi convinto che “tanto la scienza quanto la società fossero vicine alla perfezione”, al punto di pensare, addirittura, di poter combattere la povertà facendo a meno della politica e delle sue  necessarie mediazioni. Viceversa, osserva Segre, come ci aveva già acutamente insegnato Ghandi anni fa, non è che si risolve il problema della povertà dando un pesce al giorno ai bisognosi, ma, al contrario, dando a ciascun cittadino una canna da pesca ed insegnando ad usarla.

Ora, al contrario, dopo anni di attentati al nostro mondo occidentale, di guerre in ogni parte del globo ed addirittura in Europa, pandemie e varie altre malattie e crisi climatiche, abbiamo, con sorpresa, scoperto, in Occidente ed in particolare nella nostra Europa, che non era affatto vero che la “storia era finita”, anzi! Segre ci dice, in definitiva, in un capitolo dal significativo titolo “la negazione del lutto” che, al contrario, dobbiamo affrontare una complessa e globale “elaborazione del lutto”, proprio per poter superare l’attuale situazione di crisi.

In sostanza che non dobbiamo continuare a piangerci addosso, rimpiangendo il mondo giusto, equilibrato, ricco e democratico che avevamo immaginato, ma di “accettare che abitiamo in un luogo scomodo, nel quale dobbiamo vivere” e che solo la speranza di vivere insieme, in un mondo ed in un “tempo che non promette certezze”, ci potrà risollevare.

L’immagine che appare sulla copertina del libro, di una casa in equilibrio precario, è quindi quanto mai significativa ed istruttiva: se abbiamo perso le vecchie certezze non ci dobbiamo abbattere, ma, al contrario, sforzarci di trovarne di nuove.

Un’ultima osservazione. Il tema della fine di un mondo e dell’inizio di una nuova era, che è stato tradotto in immagini ed in una propria originale interpretazione del testo classico di Omero da Nolan, il regista del film “Odissea”, è stato affrontato anche da Domenico Ioppolo nella sua recente e condivisibile recensione pubblicata su questa rivista.

Ioppolo, come Nolan, ci costringe a considerare “perché l’Odissea diventa il viaggio di un superstite. Ulisse non cerca soltanto Itaca: attraversa le macerie di una civiltà che non esiste più. Il suo è il cammino di chi tenta di ricostruire un’identità quando il mondo che lo aveva generato è ormai scomparso. In questa prospettiva il film parla anche al nostro tempo, attraversato da crisi geopolitiche, trasformazioni tecnologiche e mutamenti culturali che fanno percepire la fine di un ordine storico”.

In sostanza, il film, come esattamente riferisce Ioppolo, ci invita a ricordare che, forse, già in passato, erano avvenute queste crisi epocali ed eravamo stati in grado di superarle. In futuro chissà.

Alessandro Re

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