Sono uscito dalla sala con una convinzione netta: Christopher Nolan non ha semplicemente portato sullo schermo l’Odissea di Omero. Ha utilizzato il poema fondativo dell’Occidente per interrogarsi sulla nascita, sulla crisi e sulla possibile rinascita della nostra civiltà. È un’operazione insieme filologica e profondamente contemporanea, che riesce a rispettare il mito proprio perché ha il coraggio di reinterpretarlo.

Il risultato è un’opera di grande ambizione intellettuale, nella quale il racconto epico diventa una riflessione sul crollo degli ordini storici, sulla memoria, sul potere delle immagini e sul ruolo delle donne nella costruzione della storia.

L’epica dopo la fine del mondo

La prima chiave di lettura è storico-filosofica. La caduta di Troia viene letta come il simbolo della fine della civiltà del Bronzo, quel sistema complesso di regni, commerci, scambi culturali e prime forme di scrittura che, tra il XIII e il XII secolo a.C., collassò improvvisamente. Nolan sembra aderire all’ipotesi secondo cui i cosiddetti “Popoli del Mare” fossero gli stessi Achei, trasformando così i vincitori della guerra nei distruttori di quel mondo.

La civiltà del Mediterraneo orientale non si fondava soltanto sulla forza militare o sugli scambi economici: viveva grazie a una “moneta” simbolica condivisa, una currency culturale fatta di fiducia, reciprocità e riconoscimento reciproco. Il suo segno più evidente era la xenia, l’ospitalità sacra garantita da Zeus Xenios, che rendeva inviolabile l’ospite, il dono e il patto tra stranieri. Senza questa fiducia comune, nessuna rete commerciale e nessuna alleanza politica avrebbe potuto sopravvivere.

Il cavallo di Troia rappresenta allora qualcosa di più di uno stratagemma militare, è la violazione del principio che rende possibile la civiltà stessa. Il dono, da simbolo di alleanza, viene trasformato in inganno; ciò che dovrebbe generare fiducia diventa lo strumento della distruzione. Ulisse vince la guerra, ma spezza il codice simbolico sul quale quel mondo si reggeva. Da quel momento non crolla soltanto Troia, crolla l’intero sistema di relazioni che teneva insieme il Mediterraneo.

L’Odissea diventa così il viaggio di un uomo costretto a espiare non semplicemente una colpa personale, ma la frattura di un ordine del mondo. Il lungo ritorno a Itaca appare come il tentativo impossibile di ricostruire una fiducia ormai perduta, di ritrovare una casa dopo aver contribuito a distruggere la civiltà che rendeva possibile l’idea stessa di casa. Ecco perché l’Odissea diventa il viaggio di un superstite. Ulisse non cerca soltanto Itaca: attraversa le macerie di una civiltà che non esiste più. Il suo è il cammino di chi tenta di ricostruire un’identità quando il mondo che lo aveva generato è ormai scomparso. In questa prospettiva il film parla anche al nostro tempo, attraversato da crisi geopolitiche, trasformazioni tecnologiche e mutamenti culturali che fanno percepire la fine di un ordine storico; con un warning molto evidente: il potere devastante della guerra. Una lezione di cinema. Dal punto di vista cinematografico, Nolan conferma una padronanza ormai rara. Il montaggio, la costruzione del suono, la fotografia e il ritmo narrativo raggiungono un equilibrio straordinario.

Ma ciò che colpisce maggiormente è la fiducia riposta nella materialità del cinema. Paesaggi reali, effetti pratici, luce naturale, corpi, mare, pietra e vento restituiscono allo spettatore un’esperienza fisica che il digitale, pur presente, non invade mai. È un cinema che recupera la concretezza della grande tradizione spettacolare senza rinunciare alla complessità del linguaggio contemporaneo.

Da Omero a Dante, passando per la memoria

L’adattamento letterario è uno degli aspetti più interessanti dell’opera. Nolan interviene sul testo con grande libertà, ma sempre seguendo una logica rigorosa.

La scomparsa dei Feaci elimina uno dei passaggi meno coerenti del poema e rende il racconto più compatto. Il viaggio perde parte della sua dimensione avventurosa per assumere quella di un itinerario interiore, dominato dal confronto con il ricordo, con il rimorso e con il tempo perduto. La lunga permanenza presso Calipso diventa quasi una sospensione della coscienza, una lotta contro l’oblio.

Il finale segna definitivamente questa scelta interpretativa. Il viaggio verso il tramonto richiama molto più l’Ulisse dantesco che quello omerico: non il ritorno alla casa, ma il desiderio inesauribile di conoscere, anche oltre il limite imposto agli uomini.

Il linguaggio dei segni

Come in tutta la sua filmografia, Nolan costruisce il significato attraverso una raffinata rete di segni. Il costume di Agamennone comunica immediatamente autorità e regalità prima ancora che il personaggio pronunci una parola. La diversa caratterizzazione visiva di Elena e Clitemnestra le trasforma in poli simbolici attorno ai quali ruotano desiderio, colpa, memoria e destino. Nulla appare decorativo, ogni dettaglio amplifica il senso della narrazione.

È un cinema profondamente semiologico, nel quale ogni elemento visivo funziona come un segno che rinvia costantemente a un livello ulteriore di interpretazione.

Il vero “wokismo”

Molte delle polemiche sui social si sono concentrate sulla scelta di alcuni interpreti, riducendo il dibattito al colore della pelle degli attori. È significativo, però, che le critiche abbiano riguardato quasi esclusivamente Elena, mentre siano rimaste in silenzio davanti a Clitennestra, personaggio meno noto al grande pubblico ma che occupa nel film lo stesso spazio temporale.

Questo squilibrio rivela che non ci troviamo di fronte a una discussione filologica, bensì a una polemica identitaria, che seleziona i propri bersagli in base alla loro notorietà mediatica e non alla coerenza con il testo. Anche le frequenti citazioni delle formule dell’oralità omerica, usate come se fossero descrizioni realistiche dei personaggi, quasi ci trovassimo in un romanzo ottocentesco, tradiscono una scarsa familiarità con la natura della poesia epica: quelle formule non hanno la funzione di fornire un ritratto fisico, ma appartengono a un sistema compositivo proprio della tradizione orale. Si tratta, a mio giudizio, di una polemica che manca completamente il bersaglio. Il vero elemento contemporaneo del film è altrove.

È nella Penelope che rivendica il valore della propria esperienza contro un mondo che continua a riconoscere autorità quasi esclusivamente agli uomini e dice a Telemaco: “possibile che la mia esperienza valga meno dei primi peli sul tuo mento”. È nella rappresentazione di Circe e Calipso, finalmente liberate dal ruolo stereotipato di semplici tentatrici e restituite alla loro complessità umana. È nella silenziosa ribellione delle figlie di Tindaro e Leda, che incrina dall’interno la narrazione tradizionale del potere maschile.

Nolan non costruisce un manifesto ideologico. Introduce piuttosto una diversa sensibilità nei confronti dell’universo femminile, mostrando come anche i grandi miti possano essere riletti senza tradirne la forza originaria. Sul finale sembra quasi risuonare, in filigrana, il celebre “Sì” di Molly Bloom nell’Ulisse di James Joyce, non una dichiarazione identitaria, ma un’affermazione della libertà, della vita e della dignità irriducibile dell’esperienza umana.

L’Odissea di Nolan è dunque molto più di un kolossal storico. È una meditazione sulla fine dei mondi, sulla guerra, sulla memoria, sul linguaggio e sull’identità dell’Occidente. Un film che riesce nell’impresa più difficile: far dialogare Omero con Dante, Joyce e il nostro presente, senza mai perdere il respiro dell’epica. Assolutamente da vedere.

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è amministratore delegato di Campus (Gruppo Class) e direttore scientifico del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e...

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