Lo sdoganamento dell’ignoranza ha una data precisa, che dovremmo segnare sui calendari: il 15 aprile 1976, giorno dell’uscita nelle sale cinematografiche de “Il secondo tragico Fantozzi”. È lì che si consuma uno degli atti simbolici più profondi della modernità italiana. Quando Fantozzi — storpiato nel film in “Fantocci” — sale sul palco del cineforum aziendale e urla: «La corazzata Kotiomkin» — nella dizione utilizzata nel film — «è una cagata pazzesca», il Paese esplode in un appaluso liberatorio collettivo. Non era soltanto una battuta. Era una dichiarazione antropologica. Da quel momento in poi, la cultura non sarebbe più stata percepita come un’aspirazione, ma come una colpa sociale.

Non sarebbe più stato necessario sacrificarsi, studiare testi astrusi, faticare per comprendere. Si sarebbe potuto invece affermare la propria autenticità, la propria immediatezza, la propria corporalità. Per decenni il proletariato italiano aveva avuto fame di elevazione culturale.

Gli operai studiavano Gramsci nelle sezioni di partito, leggevano Pavese, frequentavano le case del popolo, vedevano nell’istruzione un processo di emancipazione. Come ricordava Giuseppe Di Vittorio, la cultura era uno strumento di liberazione, non un privilegio elitario. Ma la rivoluzione consumistica degli anni Settanta cambia il paradigma: non è più necessario elevarsi, basta consumare. L’ignoranza non è più un limite da superare, ma una forma di autenticità da rivendicare. E quella risata liberatoria, apparentemente innocua, apre la strada alla lunga vittoria della mediocrità sulla complessità.

La televisione commerciale farà il resto. L’Italia berlusconiana non nasce soltanto da una trasformazione economica o politica, nasce soprattutto da una mutazione simbolica. Il sapere viene sostituito dall’intrattenimento permanente, il pensiero dalla performance, l’intellettuale dalla celebrità. Il corpo femminile diventa linguaggio politico, la volgarità si trasforma in spontaneità, l’ignoranza in sincerità popolare. La “gente” — categoria indistinta, emotiva, anti-intellettuale — prende il posto della classe, che invece implicava coscienza storica, organizzazione, progetto.

Già Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse avevano anticipato questo percorso. Per Adorno, l’industria culturale non produce cultura ma conformismo, non eleva l’individuo, lo addestra. L’intrattenimento di massa crea soggetti passivi, incapaci di pensiero critico, convinti di scegliere mentre vengono semplicemente guidati verso desideri prefabbricati. Marcuse, in L’uomo a una dimensione, aveva colto con lucidità il rischio di una società capace di neutralizzare ogni opposizione trasformando persino la ribellione in merce. Il risultato è una civiltà in cui tutto comunica ma nulla significa davvero.

Oggi viviamo pienamente dentro questa profezia. La cultura è stata sostituita dalla visibilità. L’autorevolezza dalla viralità. La conoscenza dall’opinione immediata. Non esistono più gerarchie simboliche, ma soltanto algoritmi.

Come emerge chiaramente nella dissoluzione delle figure guida dell’intellettuale e dell’artista, la società contemporanea ha smarrito i propri mediatori culturali: partiti, scuole, sindacati, riviste, movimenti. Al loro posto si è imposto un universo frammentato, dominato da influencer, brand, micro-identità e narrazioni effimere. La disintermediazione digitale ha prodotto il paradosso definitivo di una società iperconnessa ma incapace di costruire un destino comune.

La figura dell’intellettuale, che per secoli aveva svolto una funzione ordinatrice dell’immaginario collettivo, appare oggi marginalizzata. Non perché manchino pensatori o artisti, ma perché la società non riconosce più il valore della profondità. La tecnica ha sostituito la cultura come orizzonte salvifico. L’innovazione è diventata una religione secolare. Ciò che conta non è comprendere, ma aggiornarsi; non interrogare il mondo, ma ottimizzare la propria presenza dentro il flusso.

Come diceva Emanuele Severino, il nichilismo dell’Occidente coincide con la perdita della verità come dimensione stabile. Quando tutto diventa funzionale, reversibile, sostituibile, anche l’uomo perde consistenza ontologica. Non esiste più un fondamento, ma soltanto un processo infinito di consumo e produzione. In questo vuoto anche il sacro non scompare, viene rielaborato fino a cancellare il mistero stesso dell’esistenza, l’eros diventa pornografia, la parola slogan, la cultura spettacolo.

Ed è precisamente questo il punto decisivo: senza cultura alta, senza pensiero critico, senza filosofia, senza arte autentica, l’individuo si riduce a personaggio. Non più cittadino, ma performer permanente di sé stesso. Non più essere umano complesso, ma identità consumabile. La starletta televisiva — oggi evoluta nell’influencer digitale — non è un’anomalia folkloristica, è il modello antropologico perfetto della società contemporanea. Vive di esposizione, non di interiorità. Di consenso, non di verità. Di visibilità, non di pensiero.

Per questo la cultura alta non è un lusso elitario. È una necessità civile. La cultura alta serve a creare distanza critica, a sottrarre l’uomo alla dittatura dell’immediato. Serve a ricordarci che non tutto ciò che funziona è giusto, che non tutto ciò che è popolare è vero, che non tutto ciò che è visibile ha valore.

Una società senza cultura alta produce individui infantilizzati, eternamente presenti a sé stessi ma incapaci di trascendenza. Produce consumatori perfetti e cittadini fragili. Produce una civiltà che ride di Joyce, diffida della filosofia e trasforma la complessità in sospetto. Nel momento in cui una società smette di desiderare l’elevazione, comincia a consumare sé stessa.

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è amministratore delegato di Campus (Gruppo Class) e direttore scientifico del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e...

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