Ci risiamo! Il processo mediatico ha accertato in poche ore, in due recentissimi episodi di violenza accaduti a Torino, chi fossero i colpevoli e quale la sanzione applicabile, senza contare l’unanime contestazione a dei magistrati che avevano ridotto la pena a un marito violento. Una giustizia, dunque, quella mediatica, efficiente, risolutiva ma forse… profondamente ingiusta!

Ancora una volta, e temo che non sarà l’ultima se non ci diamo una regolata tutti, “il mostro è stato sbattuto in prima pagina”, in pochi minuti, con tutte le conseguenze reputazionali del caso, senza che i fatti siano stati approfonditi nel dettaglio, senza che le fonti siano state verificate, senza che la ricostruzione e la dinamica di quanto avvenuto sia stata acquisita, studiata e poi giudicata.

Mi riferisco ovviamente all’episodio accaduto su un campo di calcio della periferia torinese, quando il padre di uno dei ragazzi che avevano appena terminato una partita di calcio e si stavano azzuffando, entrò sul terreno di gioco aggredendo con violenza un altro ragazzo, reo, secondo lui di aver fatto del male a suo figlio. Nelle prime ore successive alla circolazione della notizia sul web, tutti ci siamo scagliati contro un comportamento inammissibile, diseducativo e gravissimo dal punto di vista delle lesioni (il ragazzo colpito da quel padre ha subito la frattura del malleolo a causa della violenza dei colpi ricevuti).

Tutti, abbiamo avuto una reazione emotiva di fronte a una violenza inaccettabile soprattutto perché realizzata da un genitore, da colui che dovrebbe essere, cioè, un esempio educativo, nei confronti di un coetaneo del figlio, reo a suo giudizio di aver fatto del male al suo “bambino”. Nei giorni successivi, quando la magistratura sportiva ma anche quella ordinaria hanno iniziato a verificare i fatti accaduti al termine di quella partita, sono arrivate le prime sorprese: il giovane calciatore, vittima della violenza di quel genitore è stato squalificato per un anno perché aveva posto in essere condotte violente nei confronti di un avversario; anche il figlio di quel papà violento aveva subito un grave infortunio all’anca durante gli scontri di fine gara, ma anche lui era stato squalificato.

Questo accertamento, tra l’altro, risultante dal referto arbitrale, non ha assolutamente giustificato, sia chiaro, la gravità della reazione inammissibile del padre ma ricostruito in maniera corretta le cause del bruttissimo episodio accaduto durante una manifestazione sportiva, quando cioè i nostri ragazzi dovrebbero imparare cosa voglia dire la disciplina, il rispetto delle regole, il rispetto degli altri giocatori. Non dare sfogo ai propri istinti violenti, avendo come esempio proprio gli educatori, i loro genitori, in tribuna a guardarli. L’istruttoria penale in corso accerterà il reato commesso dall’uomo proditoriamente sceso in campo picchiando violentemente il ragazzo della squadra avversaria. La giustizia determinerà la pena al responsabile.

Il secondo episodio riguarda le reazioni indignate, di nuovo di tutti noi davanti a una sentenza del tribunale di Torino che ha condannato “soltanto“ per lesioni e non anche per maltrattamenti in famiglia, un padre-marito colpevole di aver picchiato la moglie. Sono intervenuti magistrati del CSM, leader politici nonché autorevoli giuristi a deprecare una sentenza che sostanzialmente giustificava o comunque comprendeva certi tipi di condotte violente messi in atto dal marito nei confronti della moglie, violenza attestata da una fotografia circolata nella rete e sui media tradizionali, della povera vittima con il volto tumefatto per la violenza dei colpi subiti.

La stragrande maggioranza dei “giudici rigorosi della rete” non aveva ovviamente letto neanche una riga della contestata motivazione della sentenza ma aveva ugualmente espresso il suo verdetto sommario nei confronti di quei magistrati.
Nell’angosciante contesto in cui viviamo, dove il femminicidio è diventato una prassi inaccettabile della nostra quotidianità, il caso torinese ha innescato una comprensibile reazione rispetto a una sentenza che ha sostanzialmente ridimensionato la gravità dei fatti contestati al maschio alla luce di una serie di ragionamenti sviluppati proprio nella motivazione della decisione.

Nelle 18 pagine della sentenza redatta da tre magistrati, di cui due donne, si legge che sulla base delle dichiarazioni rese dalla vittima, dai genitori della donna e in relazione al contenuto della documentazione rilasciata dalle psicologhe dell’Asl Torino 5, non emergevano comportamenti violenti dell’uomo fino alla fine del luglio 2022. Prima di tale data, marito e moglie avevano gestito la genitorialità in modo abbastanza sereno. C’erano stati dei conflitti ma educazione e buon senso avevano guidato la loro risoluzione. Dopo l’annuncio della signora al marito del desiderio di separarsi perché non provava più amore, l’uomo ha continuato a vivere nella casa coniugale per circa un anno e i coniugi hanno gestito i rapporti senza eccessive conflittualità.

Un segno evidente, secondo i giudici, che il prospettato reato di maltrattamenti non sussisteva. L’articolo 572 del codice penale che si riferisce a tale reato prevede infatti che chi maltratta una persona all’interno del nucleo familiare o di convivenza in modo reiterato, causando sofferenza fisica o psicologica, commette il reato di maltrattamenti. Nel caso specifico, la motivazione della sentenza spiega in modo dettagliato perché non fosse configurabile questa fattispecie. La parte più contestata dal “tribunale mediatico” ha riguardato il passaggio in cui i magistrati hanno sostenuto che l’ex marito andrebbe “compreso”.

Anche se spesso insultava la moglie (“sei una puttana… hai rovinato la nostra famiglia”), secondo i magistrati, quelle frasi devono essere contestualizzate: “l’amarezza per la fine della comunità domestica era comprensibile; era legittimo, rivendicare il contributo dato alla famiglia; le espressioni, aldilà del linguaggio scurrile, esprimevano disappunto e preoccupazione per il peggioramento delle condizioni economiche della famiglia”. Per i giudici si tratta di una “normale, seppur concitata, dialettica generata da una decisione sicuramente traumatica”

Si può condividere o meno questa impostazione giuridica e questo lessico utilizzato… ma ciò può essere fatto soltanto dopo aver letto la motivazione della decisione e dopo averle fatto un’analisi approfondita di tutta la fattispecie in esame. “Manifestiamo tutta la nostra preoccupazione di fronte alla campagna, mediatica e politica, montata in queste ore in ordine alla sentenza del tribunale di Torino, campagna che, fondandosi su conoscenze imprecise ovvero volutamente distorte, attenta all’indipendenza del giudice – ha dichiarato il presidente della Camera Penale Vittorio Chiusano del Piemonte, avvocato Roberto Capra, a nome per conto di tutto il consiglio direttivo – E’ inammissibile enfatizzare od omettere parti di una sentenza per favorire una narrazione specifica, finalizzata a creare un distorto clamore…. chiunque miri a violare la libertà e l’indipendenza di giudizio di chi è chiamato a decidere della vita di una donna o di un uomo sta attaccando le fondamenta dello stato di diritto. Vogliamo, pertanto, invitare tutti, organi di stampa, forze politiche, governo e opinione pubblica, a rispettare l’indipendenza e la libertà del giudice, valori inalienabili a garanzia del diritti dei cittadini, imputati e non solo”.

“Qualcuno degli indignati bipartisan ha letto la sentenza? – Si è chiesto l’avvocato Domenico Caiazza, ex presidente dell’unione delle camere penali italiane – Sono 18 pagine molto analitiche e argomentate, frutto di una istruttoria dibattimentale approfondita. E sanno, le anime indignate, che il reato di maltrattamenti richiede una abitualità della condotta, non episodi isolati, sebbene violenti ed esecrabili?”.

Intendiamoci, la violenza va sempre condannata… a prescindere. Ma condannare una persona per un reato che non ha commesso costituisce un’ingiustizia gravissima sia sotto il profilo giuridico sia soprattutto sul piano della reputazione della persona infangata. La spettacolarizzazione mediatica, il bisogno di giudicare “tutto e subito” scatenando dibattiti infuocati, reazioni violente, odio verso certi soggetti, costituisce, a mio avviso, uno dei rischi maggiori che stiamo correndo in termini di coesione pacifica delle nostre comunità. Dobbiamo tutti fare un passo indietro e affrontare un lucido esame di coscienza, tornando a quello che costituisce uno dei fondamenti del buon giornalismo e della buona relazione tra persone razionali e pacifiche: l’accertamento dei fatti e il rinvio di ogni giudizio preventivo o comunque prematuro al termine dell’iter giudiziale in corso.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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