Questa, che vi racconterò oggi, è una storia ai confini della realtà. Una storia rimasta segreta e misteriosa fino a vent’anni fa, una storia che vi avevo promesso durante la puntata su Skorzeny. Narra la doppia vita di un italiano, Adriano Monti, toscano, classe 1930, figlio di un alto funzionario del Ministero delle Corporazioni durante il periodo fascista.
Adriano Monti, a fine 1944, quindi a soli 14 anni, decide di arruolarsi nelle SS Internazionali. Si spaccia per maggiorenne perché se no non lo arruolerebbero. Vuole combattere contro i comunisti dell’Armata Rossa e vive gli ultimi mesi della guerra prima del tracollo del nazifascismo. Viene ferito e poi preso prigioniero. Scampa per miracolo alla fucilazione. Ma fin qui saremo di fronte ad una delle tante, drammatiche storie di quei ragazzi che decisero di schierarsi o per la Repubblica Sociale o addirittura con le divisioni tedesche presenti in Italia in quel 1945.
La guerra finisce, Monti si è salvato e inizia la sua seconda vita. Si iscrive, a Roma, alla facoltà di medicina e diventa, negli anni, un autorevole medico chirurgo apprezzato e stimato tanto da essere chiamato, come assistente, dal famoso chirurgo romano Pietro Valdoni, quello che operò Palmiro Togliatti salvandogli la vita dopo l’attentato di Pallante (la puntata 102 di questo podcast). Poi… quando il trascorrere degli anni ha quasi cancellato ricordi e memorie e quando la vita di Monti ha ripreso una sua normalità, nel 1974, scoppia la bomba. Monti viene improvvisamente arrestato. L’accusa è gravissima: aver preso parte al golpe Borghese. La sua vita cambia traumaticamente con una serie di conseguenze clamorose che vi racconterò fra poco.
Un’altra pagina oscura del nostro dopoguerra viene svelata e Monti, una ventina d’anni fa, decide di scrivere un libro con la sua incredibile epopea: “Nome in codice Siegfried” (Chiarelettere-2005), un libro imperdibile per gli appassionati della nostra storia contemporanea.
È il novembre del 1944, Adriano Monti è un giovane studente ginnasiale, figlio di un gerarca fascista, alto funzionario del Ministero delle Corporazioni, dove ha la delega per gli scambi energetici con la Germania.
Adriano deve ancora compiere 15 anni quando decide di non poter fare a meno di partecipare in prima persona alla lotta contro il comunismo sovietico. Si è invaghito della propaganda nazista, molto di più che non della retorica fascista. Ritiene di non avere scelta e di dover partecipare a quella “crociata per la salvezza del mondo contro i bolscevichi”.
Ma ha solo 15 anni e pertanto deve falsificare il documento di identità per potersi arruolare negli organici delle Waffen SS. Durante il periodo scolastico ha seguito un corso di radio telegrafista che gli permette di essere inquadrato nel servizio trasmissioni del reparto tedesco. Viene ferito e fatto prigioniero dai partigiani. Salva la pelle, durante la resa dei conti, grazie al suo coraggio e anche al suo… stellone che non lo abbandonerà mai. Come molti altri prigionieri italiani fascisti, viene detenuto nel campo di prigionia di Coltano, in Toscana. Quando la guerra finisce, le acque si acquietano e la situazione tende a tornare alla normalità, il giovane Monti rientra in famiglia e decide di iscriversi alla facoltà di medicina all’università di Roma. L’onta della sconfitta gli è rimasta però dentro.
La preoccupazione di una invasione russa in Italia non lo abbandonerà mai in quel clima di guerra fredda che si respirava nel dopoguerra. Si laurea brillantemente in chirurgia e diventa poi assistente del famoso chirurgo Pietro Valdoni, quello che avrebbe salvato la vita di Palmiro Togliatti dopo l’attentato di Pallante. Il suo primo contatto con il mondo misterioso dello spionaggio internazionale avviene proprio a Roma, durante il periodo universitario.
È il dicembre del 1948, inizia l’operazione Odessa. Con il beneplacito dell’Oss, il servizio segreto americano, gli ex nazisti ancora in libertà e con l’appoggio del Vaticano, possono emigrare in America latina, soprattutto in Argentina. È stato stipulato un accordo con il presidente Peron che rilascia migliaia di passaporti in cambio di rilevanti somme di denaro depositate nei forzieri delle banche svizzere. Saranno quei passaporti che permetteranno agli ex nazisti di rifarsi una vita oltre oceano. Monti sta alla finestra, ma viene a conoscenza di tutte le trame dell’operazione Odessa.
Dirà poi in una delle poche interviste rilasciate negli ultimi anni a Stefania Santoprete: “Papa Montini fu uno dei collaboratori della Rete Gehlen fin da quando era segretario di Stato. Montini si recò in borghese, insieme ad un cardinale ordinato da poco e di cui non faccio il nome, in diversi luoghi, specialmente in Polonia impegnato a fondo nel tentativo di sondare le possibilità di intese locali. Diventato Papa, Wojtyla, impresse uno stimolo nuovo alla dissoluzione del comunismo sovietico e sicuramente conosceva alcuni uomini della Rete Gehlen, forse anche la mia stessa identità segreta”.
Una breve parentesi è necessaria per spiegare che cosa fosse la Rete Gehlen: quando la guerra sta per concludersi molti ufficiali tedeschi sono consapevoli che la fine è vicina e che bisogna salvarsi a qualunque costo, anche rivelando segreti fondamentali per i vincitori. Uno di questi è un alto ufficiale dei servizi segreti tedeschi, Reinhard Gehlen, il quale con estrema lungimiranza offre il suo enorme archivio agli americani che subito intuiscono l’opportunità e accettano la proposta. Il prezioso archivio di Gehlen riguarda praticamente l’Unione Sovietica e tutti quei paesi che di lì a poco avrebbero fatto parte del Patto di Varsavia. Una rete anche di agenti che gli alleati intuiscono possano diventare importanti referenti nel nuovo scenario della guerra fredda. Nasce così la Rete Gehlen.
Ma torniamo al nostro protagonista. Monti torna a Rieti per svolgere la sua professione di medico. Continua ad essere attento alla politica e agli sviluppi della guerra fredda. L’affermazione dei valori occidentali e la lotta al comunismo continuano a essere i suoi punti cardinali. In quegli anni, Monti conosce l’avvocato Luigi Solidati Tiburzi, un magistrato della Corte dei Conti ma soprattutto il responsabile territoriale del fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, l’ex comandante della 10ª Mas. Per Monti conoscere il Comandante e un grande onore. Borghese è rimasto uno dei suoi eroi della Repubblica Sociale e quando Tiburzi gli offre l’opportunità di conoscerlo e di entrare a far parte dell’organizzazione semiclandestina non ha dubbi e accetta.
Con Borghese il feeling è naturale. Monti conosce ben quattro lingue e Borghese gli affida l’incarico di intermediario fra l’organizzazione del Fronte e gli americani. Nasce in quegli anni il rapporto tra Monti e quell’organizzazione Gehlen, di cui vi ho appena parlato.
Borghese dunque, offre a Monti l’opportunità di fare da ufficiale di collegamento fra i servizi segreti americani ed ex tedeschi e il suo Fronte Nazionale, il tutto in un’ottica anticomunista.
E Monti scopre che uno dei più autorevoli capi di questa rete clandestina che ha basi in tutta Europa, e quell’Otto Skorzeny, grande protagonista di quella fake news che vi ho raccontato recentemente, della liberazione di Benito Mussolini, al Gran Sasso. Scorzeny, in quel complicato dopoguerra, animato da spie e da pericolosi voltagabbana, ha evitato come vi ricorderete sia il processo di Norimberga sia il rischio di essere ammazzato nella resa dei conti di quei giorni drammatici. Si è rifugiato in Spagna ed è residente a Madrid sotto la copertura di una società di import-export. Francisco Franco, in quegli anni, è un po’ diventato il protettore di tutti gli ex fascisti o nazisti, in cerca di un rifugio sicuro per sfuggire alla giustizia dei vincitori.
Monti continuerà, comunque a lavorare e a vincere borse di studio: la sua professione di medico riconosciuto internazionalmente, sarà la copertura di cui ha bisogno, il lasciapassare per recarsi nelle varie parti del mondo dove ha ricevuto ordine di andare. Diventerà un “problem solver”, chiamato spesso a risolvere ingarbugliati nodi politici e militari. Parteciperà all’operazione “Chiesa del silenzio” per far passare in Unione Sovietica attraverso la Finlandia, sacerdoti cattolici con il compito di catechizzare la popolazione locale in funzione anticomunista; sarà in missione in Egitto, in concomitanza con la guerra dei Sei giorni; in Libano, al fianco del presidente Gemayel contro i palestinesi; al confine tra Swaziland e Mozambico negli anni caldi della guerra civile e, infine, nei Balcani, nei momenti drammatici della disgregazione della Jugoslavia e dello scontro serbo-croato dei primi anni ‘90.
Nel 1974, come abbiamo accennato nell’introduzione, l’anonimato di Monti crolla. Viene accusato di essere uno dei membri del Fronte Nazionale di Borghese che hanno ideato e tentato il colpo di Stato del 7-8 dicembre 1970. Viene imprigionato e poi processato.
Le prime indagini sul golpe risparmiano il medico toscano che però deve cambiare aria: “La prigione prima e poi l’esilio consigliato dai miei avvocati per rifarmi una vita in Francia o altrove, hanno creato un grande disagio in famiglia – ha detto Adriano Monti a Stefania Santoprete – Abbiamo dovuto ricostruirci una vita e affrontare delle difficoltà economiche che sono durate anni e anni. Quando sono stato arrestato solo due persone a Rieti manifestarono la propria vicinanza a mia moglie Rosalba: il professor Antonio Lisi e Ferruccio d’Orazi, entrambi di fede politica opposta alla mia. Nel 1998 la Rete si è dissolta, assorbita in parte dai servizi segreti tedeschi. Una parte è rimasta fedele per un certo tempo all’organizzazione creata da Otto Skorzeny per il Medioriente. Anche io mi ero stancato e così ho detto basta, anche ai responsabili dei servizi segreti italiani che mi avevano proposto di continuare la mia attività di agente segreto”.
Ma nel 2005, un’inchiesta di Repubblica svela la sua vera identità e rompe l’anonimato in cui Monti era riuscito nuovamente a calarsi. Per anni, era stato un agente sotto copertura, conosciuto con il nome in codice Siegfried. Vale la pena, nel suggerirvi la lettura del suo libro, trascrivervi letteralmente il passaggio relativo alla cronaca di quel giorno, del maggio del 2005, in cui Monti si ritrovò, suo malgrado, sulle prime pagine dei quotidiani italiani. Soltanto la lettura di quella sua testimonianza vi può far capire la drammaticità di quel momento, della storia incredibile che aveva vissuto da protagonista negli ultimi cinquant’anni.
Chiudo quindi lasciandovi al suo racconto di quel giorno. “Maggio 2005: il telefono nel salotto sembra impazzito, ha iniziato a squillare quando ero nella vasca da bagno e continua a farlo mentre mi passo il pennello con la schiuma da barba sulle guance. Chiunque sia a quest’ora deve avere una gran fretta di parlarmi. Aspetterà. La mia immagine riflessa mi restituisce uno sguardo vivo, i miei occhi verdi hanno la stessa intensità di quando ero ragazzo. E tutto ciò che sta intorno che è cambiato: a 75 anni la vita comincia ad assumere sfumature contrastanti. Il trillo torna a distogliermi dai pensieri. Guardo l’orologio che porto al polso, le 8:00. Per sbrigarmi mi taglio in due punti del viso. Entro in salotto nel momento esatto in cui l’apparecchio ricomincia a squillare. Alzo la cornetta: “Pronto?”. Dall’altra parte qualcuno si schiarisce la voce: “Sì, pronto, dottor Monti?“. “Sono io. Chi parla?”.
È una donna dal marcato accento dell’est Europa. “Salve dottore, sono Olga, la figlia di Katia”. Resto in silenzio per alcuni secondi cercando di fare mente locale. Katia è la signora delle pulizie. L’interlocutrice deve aver intuito la mia perplessità. D’improvviso mi torna in mente quel faccione simpatico dalle gote incandescenti. “Buongiorno Olga, non l’avevo riconosciuta, mi perdoni. Immagino avesse bisogno di mia moglie, ma è uscita di casa presto”. “No, no, cercavo lei, dottor Monti” mi interrompe. Il suo tono non mi piace. Una strana sensazione, un vecchio presentimento, mi si risveglia dentro. Sto volando con la fantasia? La donna mi avrà chiamato per prenotare una visita medica? Sarà stata Katia a darle il numero. “
Mi dica Olga, come posso aiutarla?“. “Ecco, Dottor Monti, prima al bar parlavano di lei… del suo nome sul giornale. Io ho visto la pagina, c’erano alcune foto ma non ho capito bene… Con mia madre ci siamo preoccupate e quindi…”. Aspetto che finisca la frase, ma di nuovo fra noi cala un silenzio imbarazzato. Quelle parole mi hanno fatto gelare il sangue nelle vene. “C’è scritto qualcosa di strano. Ho letto il suo nome e ho detto: ma io questo lo conosco e allora volevo sapere se…” riprende concitata. “Grazie Olga, a presto”.
Chiudo la telefonata e mi guardo intorno e per un attimo mi pare di non capire più nulla, né dove sono né il significato della nostra conversazione. Mi scoppia la testa e mille pensieri si affollano senza tregua. Olga non potrebbe essersi sbagliata? Magari si tratta di un caso di omonimia. Cosa potrebbe mai esserci scritto in quell’articolo? Me lo sto domandando per l’ennesima volta quando il cellulare che ho in tasca comincia a vibrare: di nuovo quel senso di spaesamento. Lo prendo e guardo la successione di cifre sul display la situazione mi sta sfuggendo di mano, è una sensazione che credevo di aver dimenticato. Ormai da qualche anno mi sono abituato ad una vita tranquilla e certe emozioni ho deciso di buttarmele alle spalle per sempre. Non ho più l’età né la forza per farcela. Il telefonino ricomincia a vibrare, sto per rifiutare la chiamata ma stavolta a cercarmi é Davide, un mio collega di Roma, potrebbe trattarsi di un’urgenza di lavoro. “Buongiorno Adriano, scusa il disturbo”. Capisco già tutto dal tono della sua voce.
Hai per caso letto la Repubblica stamattina?”.
La mano con cui reggo il telefono mi trema. Non è paura, é adrenalina. “No – dico in un sospiro – non sono ancora uscito di casa: perché me lo chiedi?”. Davide esita, anche lui come Olga non riesce a trovare le parole giuste. “No, niente… Forse è il caso che fai un salto in edicola. C’è un articolo che ti riguarda e…” Attacco. Quando la porta le mie spalle si apre all’improvviso, mi giro di scatto verso mia moglie che ha in mano le buste della spesa. Strano, non ho sentito salire l’ascensore. Sono frastornato. Lei resta un attimo ferma sull’uscio, mi guarda e sorride. È chiaro che non sa ancora nulla. Le vado incontro, apro la bocca per parlare, ma il telefono di casa ricomincia a squillare e contemporaneamente, dallo studio, avverto la suoneria del mio secondo cellulare.
Rosalba si mette a ridere: “Siamo diventati un centralino. Tu rispondi al tuo, io sento chi scoccia a quest’ora…”. Non controbatto e mi dirigo verso lo studio. Il telefonino è sulla scrivania ingombra di libri e di carte su cui ogni tanto raccolgo i ricordi di una vita, senza soluzione di continuità, seguendo soltanto il flusso dei pensieri. Anche stavolta sul display non compare alcun nome, c’è scritto “numero sconosciuto”. Rifiuto la chiamata. Dal salotto mia moglie grida: “Adriano, ti vogliono”. La raggiungo e la guardo negli occhi. Mi sembra tranquilla. “Chi è?“ Chiedo.
Lei si stringe nelle spalle. “Non si è presentato”. Afferro la cornetta. “Con chi parlo?” Risponde la voce di un uomo: “Buongiorno signor Monti, la prego di non attaccare. Lo so che probabilmente stamattina avrà ricevuto molte chiamate, ma la prego di ascoltarmi un minuto”. Resto in silenzio, non ho voglia di parlare con nessuno, ma forse quest’uomo potrà fare luce su quello che sta succedendo. A quanto pare sono rimasto l’unico ad essere all’oscuro di tutto.
Ripeto la mia prima domanda: “Con chi parlo?“. “Sono un giornalista e le sto telefonando dagli Stati Uniti”. “Che cosa vuole?” “Vorrei proporle un’esclusiva”. Resto interdetto, alle mie spalle sento la presenza di mia moglie. Di sicuro in quel silenzio riesce a seguire tutta la conversazione. “Un’esclusiva? Di cosa sta parlando?”“Un’intervista. Adesso, in esclusiva. Lo mando a quel paese e chiudo la conversazione. Poso il ricevitore e mi giro verso mia moglie, il suo sguardo ora è cambiato. La nostra vita non sarà più la stessa”.
Il segreto è ormai infranto: la sua doppia vita scoperta. Tanto vale raccontarla in prima persona allora. Di qui l’intervista nel programma “La storia siamo noi” condotto da Giovanni Minoli. Poi la pubblicazione del libro “Nome in codice Sigfried” scritto con il giornalista e scrittore Alessandro Zardetto. Una testimonianza scomoda, ai limiti dell’irreale. Un tassello ulteriore che ci aiuta però a comprendere meglio la complessità e contraddittorietà di quel dopoguerra caratterizzato dal nuovo scontro tra i due ex alleati: l’America e l’Unione Sovietica.
Riccardo Rossotto
