Nelle annate de L’Incontro degli anni 1958/59 si assiste ad una serie di  gravi interferenze della Chiesa Cattolica nei confronti dello Stato. Che cosa accadde?

La Chiesa Cattolica ha sempre mal sopportato i vincoli che le derivavano dalla firma del Concordato nel 1929, ritenendo di poter continuare, come nei secoli precedenti, ad esercitare, in alcuni ambiti, un potere assoluto, superiore addirittura a quello dello Stato italiano.

La perdita del potere temporale, anzi, faceva ritenere alla parte più retriva dell’episcopato cattolico che fosse preciso dovere della Chiesa intromettersi con maggior decisione nella vita dei cittadini, dal matrimonio alla scuola, sino alle scelte politiche.

Esempio clamoroso di questo atteggiamento fu, nel 1957, il famoso processo celebratosi a Firenze nei confronti del Vescovo di Prato, mons. Fiorelli.

Che cosa avvenne?

Il Vescovo di Prato, quale novello Don Rodrigo, si era opposto al matrimonio civile che intendevano celebrare due giovani del posto.

Egli, dapprima, si permise di convocare i genitori della ragazza, invitandoli ad opporsi alla scelta della figlia e, qualora questa avesse insistito, a disertare la cerimonia.

Ottenuto un rifiuto da parte dei genitori, il Vescovo convocò allora la figlia chiedendole espressamente di rinunciare al matrimonio civile.

A fronte del rifiuto anche di quest’ultima, il giorno stesso del matrimonio civile avanti al Sindaco di Prato, il Vescovo pubblicò una sua lettera nella quale i due giovani venivano definiti “pubblici peccatori” e “scandalosi concubini”!

Il fatto grave, che portò quindi al processo penale, fù che a tale lettera venne data la massima pubblicità, con sua affissione sul portone della parrocchia e pubblicazione su un giornaletto pubblicato dalla stessa.

Di qui l’imputazione di diffamazione aggravata a mezzo stampa, con condanna del Vescovo ad una multa.

Mi pare che, al di là della condanna, siano interessanti i risvolti giuridici della vicenda.

È vero. Infatti il Vescovo, da un lato, ribadiva l’impostazione della Chiesa di oltre cento anni prima, in base alla quale il matrimonio, essendo un sacramento, non poteva assolutamente essere officiato dallo Stato, ma solo dai ministri della Chiesa Cattolica.

Ancor più sconvolgente è stata la pretesa del Vesovo di sottrarsi alla giurisdizione dello Stato italiano.

Mons. Fiorelli inviò infatti al Presidente del Tribunale una sua lettera nella quale egli si rifiutava di sottostare al giudizio della magistratura essendo la sua azione ed i suoi scritti semplici “atti riguardanti il governo spirituale dei fedeli”.

Vi era quindi la pretesa non solo di esercitare in via esclusiva il matrimonio, in pieno contrasto con il chiaro testo del Concordato, che volle soltanto riconoscere effetti civili al matrimonio celebrato secondo il rito cattolico, ma addirittura di rifiutare la giurisdizione dello Stato italiano nell’esercizio del potere penale.

Se possibile ciò che avvenne pochi mesi dopo, nel 1959, è ancora più grave, posto che si trattò di una manifesta interferenza adirittura sul diritto di voto dei cittadini, cioè uno dei cardini della democrazia.

Occorre risalire al 1949, anno in cui il Sant’Uffizio, con una propria decisione del  primo luglio, condannava quei cattolici che s’iscrivessero o votassero per il Partito Comunista.

Ebbene, a dieci anni di distanza, nulla era cambiato, posto che i Cardinali della Congregazione del Sant’Uffizio, nel ribadire la condanna di anni prima, la estendevano a tutti coloro che, anche indirettamente, avessero accettato la collaborazione delle sinistre, sia a livello centrale sia a livello locale.

Il decreto, come riportato nel n. 4 dell’aprile 1959 de L’Incontro, stabiliva perentoriamente che “nella scelta dei rappresentanti del popolo non è lecito ai cattolici dare il voto a quei partiti o a quei candidati che, quantunque non professino principi in contrasto con la dottrina cattolica o addirittura si attribuiscano la qualifica di cristiani, tuttavia di fatto si uniscono ai comunisti e con la loro azione li favoriscono”.

La mia conclusione dell’articolo era perentoria: “questa decisione costituisce un nuovo pesante intervento vaticano nella politica interna italiana”, con “una ingerenza della Chiesa negli affari interni dello Stato, a danno della libertà dei cittadini”.