Ogni giorno i telegiornali aprono con immagini di conflitti, bombe, fronti di guerra. Ma il nemico che uccide più persone, in silenzio, è spesso dall’altra parte della barricata: negli ospedali, nelle RSA, nelle corsie di medicina interna. Si chiama sepsi, ed è una corsa contro il tempo in cui il ritardo diagnostico può valere milioni di vite. La sepsi è una risposta estrema dell’organismo a un’infezione: il sistema immunitario “impazzisce” e danneggia organi e tessuti fino al collasso multiorgano. Quando non viene riconosciuta e trattata precocemente, il passaggio a shock settico e morte può essere questione di ore.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che nel 2017 si sono verificati circa 48,9 milioni di casi di sepsi e 11 milioni di decessi correlati, pari a circa il 20% di tutte le morti globali. (Organizzazione Mondiale della Sanità). Nuove stime pubblicate nel 2025 sul Lancet Global Health sono ancora più drammatiche: 166 milioni di casi di sepsi e 21,4 milioni di decessi nel solo 2021, quasi un terzo di tutte le morti nel mondo.(European Sepsis Alliance). Parliamo di numeri paragonabili alle grandi pandemie della storia.

Sepsi vs guerre: i numeri a confronto. Se guardiamo alle guerre, la scala è completamente diversa. Nel 2019, secondo Our World in Data, i decessi dovuti direttamente ai combattimenti in conflitti armati sono stati circa 80.000. (Our World in Data). Stime del SIPRI indicano che nel 2023 i decessi legati ai conflitti sono stati intorno ai 170.700. (SIPRI)Dati ACLED per il 2024 parlano di circa 233.000 morti in conflitti armati, nonostante un aumento delle guerre e dell’intensità della violenza.(ACLED)

Mettendo le cifre una accanto all’altra, abbiamo centinaia di migliaia di morti per guerre all’anno, contro oltre 20 milioni di morti correlate alla sepsi. Non è un errore di scala: la sepsi uccide ogni anno due ordini di grandezza più dei conflitti armati.La differenza è che di sepsi non vediamo le immagini: non ci sono droni, carri armati, esplosioni. Solo pazienti che peggiorano “inspiegabilmente”, febbre, confusione, pressione che crolla. E diagnosi spesso tardive.

Ospedali che hanno invertito la rotta: quando la diagnosi precoce funziona

La parte positiva della storia è che la sepsi non è un destino: diversi ospedali, in continenti diversi, hanno dimostrato che organizzando bene il percorso di diagnosi precoce e trattamento, la mortalità si può ridurre in modo drastico.

  1. Brasile – Hospital Municipal São José, Joinville

In Brasile, presso l’Hospital Municipal São José di Joinville, è stato introdotto un protocollo ospedaliero per la rilevazione precoce del rischio di sepsi.

Lo studio ha confrontato due fasi:

  • Prima: gestione “standard” secondo linee guida, senza sorveglianza attiva.
  • Dopo: sorveglianza attiva per segni di rischio sepsi, con attivazione rapida del trattamento.

Risultati:

  • Tempo medio per riconoscere almeno due segni di sepsi: da 34 ore a circa 11 ore.
  • Mortalità per sepsi grave/shock settico: da 61,7% a 38,2%.(PubMed)

Un semplice cambio organizzativo –guardare prima e meglio- ha salvato, in percentuale, più vite di quante ne salverebbe qualunque “arma miracolosa”.

  1. Spagna – Hospital Universitario de La Princesa, Madrid (Princess Sepsis Code)

A Madrid, l’Hospital Universitario de La Princesa ha sviluppato un modello ospedaliero di gestione chiamato “Princess Sepsis Code”, attivo dal 2015.(PubMed)

Su 2.676 pazienti con sepsi:

  • Mortalità nel 2015 (inizio del programma): 24%
  • Mortalità nel 2022: 17%

In un grande ospedale europeo questo significa centinaia di vite risparmiate nel corso di pochi anni, grazie a:

  • Allerta precoce in Pronto Soccorso e reparti
  • Percorsi rapidi per esami, antibiotici e supporto emodinamico
  • Coinvolgimento coordinato di rianimazione, medicina interna, microbiologia, chirurgia.
  1. Spagna – Hospital Clínico Universitario de Valladolid (Codice Sepsi in Terapia Intensiva)

Sempre in Spagna, all’Hospital Clínico Universitario de Valladolid, l’introduzione di un Codice Sepsi intrahospitalario in Terapia Intensiva ha portato a:

  • Riduzione della mortalità in Terapia Intensiva dal 44% al 23% nei pazienti con sepsi grave/shock settico.
  • Riduzione della mortalità a 28 giorni dal 56% al 31%.(medintensiva.org)

Anche in questo caso, il salto non è dovuto a un nuovo farmaco miracoloso, ma a:

  • Protocollo strutturato
  • Uso più razionale degli antibiotici
  • De-escalation guidata dai risultati microbiologici
  • Riduzione delle attese e delle incertezze nel percorso clinico.
  1. Corea del Sud – Rete Korean Sepsis Alliance e Rapid Response Team H24

In Corea del Sud, un grande studio multicentrico della Korean Sepsis Allianceha confrontato ospedali dotati di rapid response team (RRT) attivi H24 con ospedali in cui il team non era disponibile tutto il giorno.

Conclusione: negli ospedali con RRT attivo H24 la mortalità intraospedaliera dei pazienti con sepsi insorta in reparto si riduce in modo significativo rispetto a quelli senza copertura continua.(PubMed)

Qui l’elemento chiave non è solo il protocollo, ma la disponibilità immediata di un team esperto ogni volta che compare un peggioramento clinico sospetto per sepsi.

  1. Thailandia – Pronto Soccorso del Thammasat University Hospital

In Thailandia, al Thammasat University Hospital, l’implementazione di un protocollo di sepsi nelle prime 6 ore in Pronto Soccorso ha prodotto un risultato impressionante:

  • Mortalità per shock settico in ospedale: da circa 40% a 18,7% dopo l’introduzione del protocollo.(ResearchGate)

Ancora una volta, il fattore tempo – 6 ore ben organizzate – fa la differenza tra una mortalità quasi “da lancio di moneta” e una sopravvivenza nettamente superiore.

Cosa accomuna gli ospedali che vincono contro la sepsi

Se mettiamo in fila questi esempi – Brasile, Spagna, Corea, Thailandia – emergono elementi comuni:

  1. Allerta precoce e punteggi di rischio
    • Sorveglianza attiva dei segni vitali e dei sintomi (score di allarme precoce, come NEWS, o sistemi elettronici).(org)
  2. Percorsi tempo-dipendenti (i “bundle” della sepsi)
    • Emocolture e altri esami tempestivi
    • Antibiotico adeguato nelle prime ore
    • Fluidi, vasopressori, ossigenazione e monitoraggio intensivo, codificati in pacchetti di azioni.
  3. Team dedicati o RRT
    • Rapid response team in corsia, attivi H24, riducono la mortalità nei casi di sepsi insorta in reparto.(PubMed)
  4. Formazione di medici e infermieri
    • Infermieri di PS e di reparto formati a “pensare sepsi” prima che la situazione degeneri.(American Nurse)
  5. Uso intelligente degli antibiotici
    • Non antibiotico “a caso” che disturba gli esami, ma terapia empirica mirata e poi de-escalation in base ai risultati microbiologici, come dimostrato dal sepsis code spagnolo.(org)

Perché tutto questo riguarda anche l’Italia (e la mia esperienza personale)

Le linee guida internazionali del Surviving Sepsis Campaign insistono da anni sul concetto di diagnosi precoce e trattamento nelle prime ore, proprio perché la sepsi è una malattia “time-dependent” al pari dell’ictus e dell’infarto.(SWISS SEPSIS PROGRAM)

I casi che hai vissuto sulla mia pelle – ritardo nei prelievi, difficoltà ad avere un accesso venoso, antibiotico generico somministrato prima di aver identificato il patogeno, mancata lettura delle cartelle precedenti – non sono “piccoli dettagli”: sono esattamente gli errori organizzativi che, a livello globale, trasformano la sepsi in una strage silenziosa più grande delle guerre.

Al contrario, gli ospedali che abbiamo citato dimostrano che:

  • se si organizza il sistema per vedere la sepsi prima,
  • se si riduce il ritardo diagnostico e terapeutico,
  • se si lavora in team e non per compartimenti stagni,

la mortalità scende, e scende tanto.

Conclusione: una guerra che si può vincere

Dire che la sepsi fa più vittime delle guerre non è una metafora, è un fatto numerico: decine di milioni di morti all’anno contro centinaia di migliaia nei conflitti.(European Sepsis Alliance)

La differenza è che contro la sepsi abbiamo già le armi:

  • protocolli di allerta precoce,
  • sepsis code ospedalieri,
  • rapid response team,
  • formazione continua e cultura della sicurezza del paziente.

Sono scelte organizzative e culturali, non miracoli

Eugenio Costa

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