È stata appena inaugurata la nuova stazione della metropolitana Colosseo a Roma. Un vero capolavoro, un’opera che unisce ingegneria, architettura e tutela archeologica, uno spettacolo per gli occhi e un biglietto da visita straordinario per chi arriva nella Capitale da ogni parte del mondo. Un luogo che racconta, in pochi metri quadrati, la profondità del tempo e la capacità umana di costruire bellezza anche nella complessità.
Eppure, invece di gioire, di sentirci orgogliosi, di riconoscere il valore collettivo di un’opera pubblica riuscita, ho letto una quantità impressionante di commenti improntati al sospetto e al pessimismo: “Tanto la distruggeranno”, “Ruberanno tutto”, “Abbiamo costruito una stazione per attrarre vandali”; e via di questo passo. È come se la reazione spontanea non fosse più la gioia, ma la previsione del fallimento. Non la fiducia, ma la paura. Non il “che bello”, ma il “vedrai come andrà a finire”. Questo atteggiamento dice molto più di noi di quanto dica della stazione.
L’incapacità di gioire del bene comune
Colpisce una cosa, soprattutto: la difficoltà di riconoscere e difendere ciò che è bello, prima ancora che venga rovinato. Come se la bellezza fosse fragile, provvisoria, destinata per definizione a soccombere all’incuria, all’inciviltà, al degrado. È come se questa previsione pessimistica fosse una forma di realismo, quasi di saggezza, in realtà, è una rinuncia preventiva. È la rinuncia all’idea che lo spazio pubblico possa essere anche spazio di cura, di responsabilità condivisa, di orgoglio collettivo, è la rinuncia a una felicità che non è solo individuale, ma sociale.
Paura e percezione
Gli italiani sembrano terrorizzati dalla criminalità. Eppure, tutti gli indicatori ci dicono che la criminalità, in particolare quella violenta, è in forte declino rispetto al passato. Viviamo in un paese più sicuro di trent’anni fa, ma ci sentiamo più insicuri. Un paradosso che non riguarda solo l’Italia, ma che qui assume una colorazione particolare. Perché viviamo nella paura? Perché tendiamo a immaginare il peggio come destino inevitabile? Una paura che si traduce in una forma diffusa di infelicità sociale.
Un paese bellissimo, ma poco felice
Secondo il World Happiness Report 2025, il rapporto più autorevole a livello globale sulla felicità delle persone, l’Italia si colloca intorno alla 40ª posizione nel mondo. Un risultato mediocre, soprattutto se confrontato con le nostre straordinarie risorse:
- un patrimonio artistico e culturale unico,
- un paesaggio fra i più belli e variegato al mondo
- uno dei climi migliori
- una qualità della vita potenzialmente altissima,
- una cucina che è diventata linguaggio universale di piacere e convivialità.
Perché, allora, questa tristezza diffusa? Perché questa sensazione di malessere che attraversa il discorso pubblico, i commenti online, le conversazioni quotidiane?
Il “proprio particolare” e la crisi della felicità collettiva
Credo che una parte rilevante della risposta vada cercata in quello che Francesco Guicciardini chiamava il “particulare”, il proprio interesse immediato, ristretto, privato. Guicciardini, più di Machiavelli, ha colto lo spirito profondamente italiano, la tendenza a guardare il mondo a partire dal proprio piccolo perimetro, dalla convenienza personale, dalla tutela del sé, più che da una visione condivisa.
È proprio questa assenza della dimensione sociale, che si manifesta nel ristringimento della sfera di interessi sul particolare individuale, o al massimo familiare, unito ad una mancanza di idealità è la focalizzazione sulla “roba” a determinare un individualismo-infelice. Individualismo, mancanza di idealità, materialismo di piccolo cabotaggio, ci portano a valutare ogni cosa in base a ciò che potrebbe toglierci, non a ciò che potrebbe aggiungere alla comunità.
La stazione non è “nostra”, è “di nessuno”. C’è un detto calabrese che esprime meglio di qualsiasi discorso questo concetto: “cu non futti u guvernu vaci a u ‘mpernu”, chi non ruba al governo va all’inferno. Il bene pubblico non è sentito come estensione di noi stessi, ma come spazio estraneo, potenzialmente ostile. Senza una dimensione ideale, senza un’idea di destino comune, la felicità si restringe a fatto privato, consumo, comfort, protezione. Ma una felicità solo individuale è fragile, continuamente minacciata e incapace di durare.
La felicità come fatto sociale
La felicità non è solo uno stato d’animo, è una condizione relazionale, una percezione condivisa di fiducia, di futuro, di possibilità; è la sensazione che ciò che costruiamo insieme abbia senso, valore, continuità. Quando non riusciamo più a gioire di un’opera pubblica ben fatta, quando immaginiamo subito la sua distruzione, stiamo dicendo qualcosa di profondo. Abbiamo smarrito la fiducia nella società come luogo del bene possibile, e senza fiducia non c’è felicità sociale, c’è solo difesa, sospetto, chiusura.
Ritrovare il coraggio di essere felici
Forse il primo atto politico, culturale e civile che ci è richiesto oggi è proprio questo di reimparare a gioire e fidarsi. Non ingenuamente, non negando i problemi, ma rifiutando l’idea che il negativo sia l’unico orizzonte possibile. Riconoscere il bello quando accade, difenderlo prima che venga distrutto, sentirlo come nostro, perché una società che non sa più essere felice delle proprie conquiste, anche piccole, è una società che ha già iniziato a rinunciare al futuro.
Domenico Ioppolo
