L’istituzione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo di 300 mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia, avvenuta nel 2004, fu votata a larga maggioranza da quasi tutti i partiti presenti in parlamento a esclusione di alcune frange della sinistra. Un residuo di ostracismo che in parte tuttora resiste, nonostante i tanti contributi di molti storici di valore come Elio Apih, Raoul Pupo, Gianni Oliva, Roberto Spazzali, Marina Cattaruzza, Enrico Miletto e molti altri, abbiano da anni fatto piena luce su quella pagina di storia nazionale, per quasi mezzo secolo avvolta nel silenzio e, comunque, oggetto di una lettura parziale, sia a destra che a sinistra, per essere piegata ai propri fini politici.
Una sorta di reciproca strumentalizzazione tra schieramenti che si definiscono solo nella individuazione di un nemico e nella assoluzione delle proprie responsabilità, se non vogliamo parlare di colpe. Quelle dell’estrema destra le conosciamo, ma ciò non basterebbe a capire il perché da parte di una certa sinistra permanga, se non un ostracismo una diffidenza, nei confronti degli esuli istriani, fiumani e dalmati, che sono tali, cioè esuli, avendo pagato per tutti, con l’abbandono della loro terra, una guerra persa dall’Italia intera, dalla Sicilia al Piemonte, una diffidenza tale dal perseverare nella pesante critica a un riconoscimento di quel sacrificio territoriale, seguito al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947.
È giunto, a riguardo, un libro che, in aggiunta a quelli già esistenti sull’argomento, si concentra più particolarmente sui rapporti tra il Partito Comunista Italiano e quello jugoslavo durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Si tratta di “Togliatti, Tito e la Venezia Giulia”, edito da Mursia, a firma di Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume nell’ambito della Società di Studi Fiumani, che sul tema ha svolto una approfondita ricerca.
Apre il libro una frase del senatore Luciano Violante, ex PCI, oggi PD, già presidente della Camera dei deputati, che dice “Il Partito Comunista Italiano sbagliò a tacere sull’Istria (…) C’è una grande responsabilità del PCI per il silenzio dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalle coste dalmate. Ciò accadde perché il confine ideologico è prevalso su quello geografico”.
Ciò conferma il dato di fatto che Togliatti, in nome di un presunto internazionalismo, abbia sostenuto le mire annessioniste di Tito, in spregio agli interessi della popolazione italiana, almeno finché il maresciallo era schierato ancora con Stalin, cioè prima di essere espulso dal Cominform nel giugno del1948. Tutto ciò in un contesto in cui gli stessi partigiani italiani, comunisti e no, che avevano combattuto contro i nazifascisti e che, nel contempo, erano contrari all’annessione delle loro terre alla Jugoslavia, si ritrovarono soli.
“La fiducia di Togliatti” commenta Micich “e della Direzione del PCI nei confronti di Tito era pressoché totale, nonostante i misfatti delle foibe commessi contro gli italiani dai partigiani slavi in Istria tra settembre e ottobre del 1943 e malgrado il ruolo subalterno destinato ai rappresentanti comunisti italiani in Istria e a Fiume ammessi negli organi direttivi del PCJ. Togliatti e i maggiori dirigenti del PCI cercavano di non dare eccessivo peso alla politica nazionalcomunista di Tito, immaginando piuttosto l’ipotesi di una futura rivoluzione comunista congiunta da scatenare a guerra finita contro il mondo borghese occidentale; un’idea alla fine pagata cara dalle popolazioni italiane delle terre istriane e dalmate”.
L’autore riporta tra le altre, a riguardo, la testimonianza di Paolo Sema, membro del PCI giuliano, senatore comunista, membro del Comitato Centrale, che sull’argomento scrisse come gli sloveni presero a “liquidare le sezioni del PCI, le Organizzazioni di massa (Camera del lavoro CGIL, Case del Popolo, Circoli di Cultura ecc.) ed infine il CLN”. Comitato di Liberazione Nazionale dal quale, a Trieste, il PCI – non dimentichiamolo – si tolse per volontà del Partito Comunista Sloveno. Valga per tutti quanto accaduto nella malga di Porzüs dove un commando di partigiani comunisti della Brigata Garibaldi uccise 21 partigiani non comunisti della Brigata Osoppo, tra cui il loro comandante Francesco De Gregori, zio dell’omonimo cantautore, e Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo.
Ma è solo uno, se non il più clamoroso, di tanti episodi che hanno avvelenato la lotta partigiana sul confine orientale. Si può capire, allora, come, per salvare la faccia davanti a questo palese tradimento era generalizzare, lasciando credere le vittime come tutte fasciste, mettendo nel conto anche quegli antifascisti, partigiani compresi, tra cui moltissimi esuli che, dopo aver combattuto in armi, contro i nazifascisti, lasciarono la Jugoslavia comunista.
Una soluzione che, purtroppo, negli anni successivi ha influito pesantemente sull’opinione di sinistra, favorito, oltre che dalla strumentalizzazione dell’estrema destra che di foibe ed esodo hanno fatto un feticcio, dal silenzio che quanto patito dalla popolazione giuliano-dalmata si diffuse a livello nazionale dal momento in cui, nel giugno del 1948, la Jugoslavia fu espulsa dal Cominform, l’organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti filosovietici, entrando così il regime di Tito nella sfera degli interessi occidentali in chiave antisovietica.
Ma, prima di quell’evento, si ricorderà il modo indegno con il quale i comunisti, la CGIL, l’Anpi, accolsero gli esuli in fuga dalle proprie terre tra sputi e insulti, al grido di “fascisti, tornatevene a casa”, scioperi e contestazioni, impedendo loro di sbarcare ai porti di Venezia e Ancona dal piroscafo che li trasportava; oppure quando alla stazione di Bologna, dove il treno con a bordo centinaia di esuli, fu oggetto di uno sciopero dei ferrovieri e azioni come quella di impedire alla Croce Rossa di portare aiuto ai più bisognosi, bambini compresi e chiudere i bocchettoni delle fontanelle perché non si dissetassero (una targa oggi ricorda quel triste episodio).
Diego Zandel
