Per decenni la Svizzera è stata raccontata come un modello quasi perfetto: legalità ferrea, controlli rigorosi, sicurezza impeccabile. Un “faro” al quale guardare, spesso in contrapposizione a Paesi considerati più fragili sul piano amministrativo e istituzionale. L’incendio di Crans-Montana però costringe a rivedere questa narrazione rassicurante. Non si tratta soltanto di un fatto di cronaca. È un episodio che apre una crepa profonda nel mito dell’infallibilità elvetica.
Il paradosso della sicurezza
A Crans-Montana, località di lusso, un noto esercizio pubblico sarebbe stato gestito da un soggetto pluripregiudicato, in un contesto nel quale — secondo le informazioni circolate — le più elementari misure di sicurezza non risultavano pienamente rispettate. Un cortocircuito evidente: precedenti penali, carenze nei controlli, autorizzazioni che pongono più domande che risposte. Se questi elementi verranno confermati, non si potrà parlare di semplice fatalità. Si dovrà parlare di fallimento dei controlli, di una catena di responsabilità che va ben oltre il singolo gestore.
Quando il mito copre le falle
Il punto non è accusare un intero Paese, ma smascherare una retorica. La Svizzera non è immune da opacità, favoritismi, sottovalutazioni del rischio. Anzi, proprio il suo prestigio internazionale rischia di diventare una zona di comfort, una maschera dietro cui certe situazioni passano inosservate o vengono minimizzate. Il confronto è inevitabile — e scomodo. Neppure in Calabria, regione troppo spesso bistrattata e dipinta come sinonimo di illegalità, è così facile trovare locali aperti al pubblico in condizioni di sicurezza tanto discutibili, soprattutto in contesti ad alta affluenza turistica. Qui sta il vero ribaltamento del luogo comune.
La lezione di Crans-Montana
Crans-Montana ci ricorda una verità semplice e scomoda: la sicurezza non è una reputazione, è un dovere quotidiano fatto di controlli, verifiche, responsabilità personali e istituzionali. Quando il rispetto delle regole viene dato per scontato, quando il “marchio Paese” vale più della vigilanza concreta, il rischio non è astratto. È reale. E può trasformarsi in fiamme, paura, vite messe in pericolo. L’incendio di Crans-Montana non brucia solo un locale. Brucia un mito. E ci obbliga a una domanda che vale ovunque, non solo in Svizzera: chi controlla davvero i controllori?
Eugenio Costa
