Sul tema della detenzione, inteso come un processo di restituzione di individui alla società, si è svolto recentemente un incontro a Palazzo Barolo a Torino tra istituzioni ed esperti della materia, in collaborazione e in concomitanza con il Festival di Woman & the City.

In una società dove si cerca con molta difficoltà di ricucire gli strappi, è possibile considerare la detenzione, anche di lungo periodo, come un luogo dove, paradossalmente, si possa coltivare la libertà, intesa non come assenza materiale di mura, ma come un ritorno alla consapevolezza di se stessi e come ritorno di cittadini nella comunità? In altri termini, il carcere può essere in grado di  accompagnare, di educare e quindi di rigenerare, trasformando le storie di vite spezzate in una speranza per il futuro, per se stessi e per gli altri?

Come precisato nel primo intervento delle istituzioni rappresentate dal vice ministro Francesco Paolo Sisto, questa è stata la sfida lanciata dai padri costituenti, laddove l’art. 27 della costituzione italiana stabilisce che la pena, non contraria ai principi di umanità, deve tendere alla rieducazione dell’individuo, quale principio fondamentale dell’ordinamento penale del nostro Paese.

Ma quali sono i problemi che ostacolano la piena realizzazione di questo principio? Secondo il rapporto del Governo, il principale problema è quello del sovraffollamento delle carceri  e, per questo, sono stati stanziati ben 758 milioni di euro nel triennio per 9600 nuovi posti. Il sovraffollamento è connesso a due fenomeni negativi: lo sdegno ( che poi degenera nella rivolta) e la depressione (che poi degenera in atti di atti di autolesionismo, quando  nei carcerati viene meno la “ fiammella”  della speranza).

Un rimedio può essere individuato nella dimensione extracarceraria della pena, poichè le statistiche confermano che l’attività lavorativa durante la detenzione, limita la recidiva della popolazione carceraria  al solo 2% ! Altro punto delicato è quello della sanità all’interno del carcere, di competenza delle Regioni e spesso trascurato, se non del tutto ignorato, dalle stesse. Per il viceministro è importante che per i carcerati brilli sempre la “fiaccola” della speranza per non cadere nella depressione, sentendosi oggetto di attenzione quando qualcuno si occupa dei lori problemi  (avvocato difensore, assistenti sociali, volontari).  Il percorso di reinserimento nella società dovrebbe iniziare ben prima della fine della pena, per dare continuità al percorso di rieducazione in prospettiva del reinserimento positivo nella società civile.

Per Mauro Palma, già magistrato e già garante per i diritti delle persone private della libertà – che non vuole siano definiti detenuti  – il problema del sovraffollamento è uno dei problemi dell’universo carcerario, ma non il solo e forse non il principale, pur  essendo vero che la popolazione carceraria è cresciuta in maniera esponenziale  essendo nel 1975 pari a 35.000 unità (senza misure alternative non ancora presenti) poi salite a 100.000 nel 2016 (già in presenza di misure alternative al carcere)  per raggiungere le 170.000 unità (di cui il 40% stranieri) nel 2024. Secondo l’ex magistrato un problema della società attuale è quello della politica penale, in quanto la collettività viene “abituata” all’intervento penale, ritenuto in passato solo sussidiario, Paradossalmente si è arrivati all’intervento penale anche per i genitori che non mandano i figli a scuola!

Uno spiraglio viene aperto dalla cosiddetta giustizia ripartiva, dove in alternativa alla pena detentiva viene data la possibilità di riparare i propri sbagli, con particolare attenzione ai giovani ( ad esempio con la “messa in prova” nella società). Sul fronte femminile si possono poi osservare altre peculiarità della problematica, messe in evidenza dalle associazioni di genere  che si occupano di detenute. Le donne rappresentano solo il 42% della popolazione carceraria italiana  e per esse, quindi, il problema del sovraffollamento non è cosi stringente. Il focus dovrebbe invece essere sui servizi, in particolare per il periodo post detenzione.

La principale preoccupazione per le donne straniere che escono dal carcere riguarda il permesso di soggiorno: se esso non viene concesso o rinnovato, le donne straniere seppur ormai libere  devono “nascondersi” e rendersi quindi invisibili nella società civile per via della distanza istituzionale su questo punto. Non si dimentichi che, statisticamente, le donne sono più collaborative nel processo di rieducazione durante il periodo della detenzione, generalmente imparando un mestiere per il periodo post pena. In punto, è bene ricordare, seppur cosa ovvia, che la funzione rieducativa della pena deve necessariamente prevedere la collaborazione fattiva del detenuto/a, senza la quale la rieducazione diventa davvero difficile, se non impossibile.

La rieducazione dei detenuti – attraverso l’offerta di istruzione, formazione e lavoro – deve coinvolgere non solo lo Stato ma anche le comunità e i territori  e deve essere considerata quale un mezzo per raggiungere un risultato, quale, per l’appunto, il reinserimento sociale. Anche il tempo diventa determinante per la rieducazione: difficilmente un periodo di pena breve tenderà alla rieducazione del detenuto e al suo positivo futuro reinserimento nella società civile. Non si dimentichi che, a tutt’oggi, ben 1400 detenuti scontano una pena inferiore a un anno, per i cosiddetti reati di “povertà”.

Una considerazione basata sui numeri ; nei primi 1000 giorni dell’attuale governo  i detenuti sono aumentati del 6,5% e se tale trend viene confermato, come probabile, nei prossimi tre anni aumenteranno di 7100 unità. Pertanto, i nuovi 9600 promessi non risolveranno comunque in maniera significativa il problema del sovraffollamento nelle carceri. Un’alternativa al progetto di edilizia carceraria potrebbe essere la ristrutturazione e il ripristino di vecchie numerose strutture ormai in disuso.

Quale è il punto di vista delle persone preposte in maniera diretta alla gestione e alla cura della popolazione carceraria ? Nelle nostre carceri vi è ancora la radice della speranza, posto che lo scontare la pena costituisce solo una fase della vita e il dopo rappresenta il tornare o il divenire cittadini?  La considerazione della direttrice del carcere di Torino parte dal punto che generalmente le condanne arrivano molto tempo  dopo la commissione del fatto criminoso e spesso, fortunatamente, vi è una sconnessione tra il prima e il dopo.

Per una efficace rieducazione si deve lavorare sull’individualità del detenuto/a, ognuno con personalità diverse, più o meno complesse. L’art 27 della Costituzione italiana parla infatti di pene al plurale ma al singolare per quanto riguarda il condannato da rieducare. Per quanto  ovvio, il sovraffollamento delle carceri rende decisamente più difficile il lavoro individuale della rieducazione dei detenuti. Alla domanda quale sia il problema principale, dopo la fine della pena, per il reinserimento nella società, la direttrice del carcere non ha dubbi: la casa in primis e poi il lavoro.

Spesso, agli ex detenuti, la società civile, senza l’aiuto della famiglia, riesce soltanto ad offrire un posto in un dormitorio. Argomento ora attuale nelle carceri è il diritto all’utilizzo della cosiddetta “camera dell’affettività” a seguito di una recente pronuncia della Corte Costituzionale che ha riconosciuto tale diritto ai detenuti. Pur essendo un deciso passo in avanti nel riconoscimento dei diritti umani ai carcerati, la preoccupazione della direzione e del personale penitenziario riguarda l’ aspetto della sicurezza dell’ospite il quale, senza la supervisione delle guardie carcerarie, potrebbe teoricamente correre dei pericoli.

Per concludere, come potrebbe oggi essere concepita una giustizia “giusta”? Mauro Palma, dalla sua lunga e consolidata esperienza in campo giudiziario, propone l’osservazione dell’affresco senese del XIV secolo di Ambrosio Lorenzetti rappresentante l’allegoria del buon governo: la giustizia è rappresentata da un maestoso personaggio femminile seduto su di un trono con la bilancia, i cui due piatti sono però manovrati dall’alto dalla sapienza, ricongiungendosi in basso con due fili alla concordia. Di tutta evidenza il messaggio allegorico dell’affresco senese: la saggia amministrazione della giustizia, determinando coesione porta alla prosperità  e alla serenità del Paese. Nel medioevo come ai nostri giorni.

Liliana Perrone

Liliana Perrone

Consulente legale di Intesa Sanpaolo

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