Ecco la terza puntata degli articoli che il nostro editore Riccardo Rossotto, apprezzato storico, in particolare del Novecento, ha dedicato al terrorismo degli anni di piombo. Come i precedenti, anche questo intervento è ricavato da un podcast di Rossotto

Milo Goj

 

Come avete ascoltato nella puntata scorsa, nel 1974 l’Italia era ancora profondamente scossa dagli attentati di matrice fascista di Piazza della Loggia e dell’Italicus, ma intanto iniziava a conoscere un’altra grave e violenta minaccia: le azioni di propaganda armata delle Brigate Rosse. Costituite nel 1970, i fondatori delle Br compirono sequestri e attentati, ma poi vennero quasi tutti catturati e portati a processo nel 1976. Furono però sostituiti dalla seconda generazione di brigatisti, ben più organizzata e spietata della prima.

FA: I fondatori delle Brigate Rosse furono Renato Curcio e Mara Cagol, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari. Curcio e la Cagol erano entrambi di formazione cattolica e provenivano dal movimento studentesco dell’Università̀ di Trento; Franceschini e Gallinari erano invece fuoriusciti dalla Federazione giovanile comunista di Reggio Emilia, dove avevano costituito il cosiddetto “Gruppo dell’appartamento”.

A questo nucleo originario si aggiunsero militanti che lavoravano nella Sit-Siemens – tra i quali Mario Moretti, tecnico e sindacalista CISL – e altri provenienti dai Comitati Unitari di Base della Pirelli.

La loro costituzione è incerta. Secondo alcuni avvenne al termine di un convegno a Pecorile, in provincia di Reggio Emilia, nell’agosto 1970 – a cui presero parte un centinaio di persone provenienti da Milano, Trento, Torino, Reggio, Roma – al termine del quale la maggioranza decise il passaggio alla lotta armata, contrapponendosi alla posizione di gruppi come Lotta Continua e Potere Operaio che sostenevano invece la centralità della “violenza di massa”. Altri fanno invece risalire la nascita delle Brigate Rosse a un precedente convegno di Chiavari, presso la residenza religiosa Stella Maris.

Dal punto di vista ideologico, le BR si ispiravano al marxismo-leninismo e alle esperienze di guerriglia in America Latina, in particolare ai Tupamaros uruguayani e ai metodi di guerriglia del brasiliano Carlos Marighella,

Le prime BR scelsero quindi la lotta armata nell’ambito di quella che definivano la guerra mondiale imperialista e che in Italia individuava nello Stato, e in particolare nella DC, i rappresentati del cosiddetto SIM, Sistema Imperialista delle Multinazionali. Peraltro, le BR erano anche radicalmente ostili al PCI, al sindacato e al riformismo.

In sintesi, ritenevano che le riforme approvaste da Governo e Parlamento non cambiassero la natura capitalista della Repubblica italiana e che fosse quindi giunto il momento “portare l’attacco al cuore dello Stato”.

RR: Tra l’altro, la prima denominazione fu Brigata rossa, un omaggio alle formazioni partigiane che combatterono durante la guerra di Liberazione. di cui i brigatisti si sentivano eredi. Tra l’altro, alcuni di loro intrattenevano legami con ex combattenti facenti parte della minoranza che coltivava il mito della “Resistenza tradita” e si sentivano i protagonisti di una “Nuova Resistenza” (titolo della loro ultima iniziativa editoriale, una pubblicazione di cui produssero due numeri nella primavera del 1971.

Poi le BR passarono ai sequestri lampo come quello, il 3 marzo 1972, del dirigente Sit Siemens  Macchiarini a Milano e del segretario provinciale della Cisnal Bruno Abate e del capo del personale Fiat Ettore Amerio nel dicembre 1973 a Torino.

Infine, avvenne il primo grande “salto” delle BR: il sequestro – il 18 aprile 1974 – del magistrato Mario Sossi, pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII ottobre.

FA: Il sequestro di Sossi fu un’operazione che dimostrò la forza delle Brigate Rosse. Il commando, composto da una ventina di brigatisti, sequestrò il magistrato appena sceso dall’autobus a Genova, caricandolo su un’auto guidata da Alberto Franceschini e seguita da un’altra macchina dove c’era Mara Cagol. Sossi disse che a seguito della sparatoria, l’auto su cui si trovava incatenato dentro ad un sacco, andò a sbattere contro un albero. e si procurò la contusione che comparve sul suo volto nelle prime foto diffuse dalle Br. Le Brigate Rosse chiesero come riscatto la liberazione di otto terroristi del Gruppo XXII ottobre e il loro trasporto in un paese amico, ma i paesi considerati potenziali ospitanti – Cuba, Algeria e Corea del Nord – rifiutarono l’asilo politico.

Il 20 maggio 1974 la Corte d’Assise d’Appello di Genova diede parere favorevole alla libertà provvisoria, ma Francesco Coco, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova, si rifiutò di controfirmare l’ordinanza di scarcerazione e presentò ricorso in Cassazione. I terroristi verranno però liberati e Sossi venne rilasciato a Milano il 23 maggio 1974, mentre gli 8 terroristi del gruppo “XXII ottobre” furono riarrestati poco dopo con un cavillo legale.

La sinistra parlamentare, PCI in testa, vide nella scelta di compiere quest’azione nel pieno dello svolgimento della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, una “provocazione” brigatista, finalizzata ad alimentare la tensione, a tutto vantaggio delle forze conservatrici. Allo stesso tempo, il fatto che Sossi venisse considerato un uomo di destra (andato in pensione nel 2006 si candidò per Alleanza Nazionale e poi nella lista di Forza Nuova senza mai essere eletto) fece sì che le frange dell’arcipelago dei movimenti, ritenesse il sequestro e le azioni precedenti come una buona e giusta azione.

RR: Lo Stato iniziò a reagire e nel ’74, grazie al neocostituito Nucleo speciale antiterrorismo agli ordini del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inferse i primi colpi alle Br, iniziando dall’arresto a Pinerolo di Curcio e Franceschini nel settembre 1974, grazie a Silvano Girotto, detto frate Mitra, sedicente ex guerrigliero in America Latina, infiltrato da Dalla Chiesa nell’organizzazione.

Mentre due dei fondatori erano in carcere, nell’inverno 1974, in Veneto, la seconda direzione strategica delle Br pianificò la liberazione di Curcio, che avvenne l’anno dopo, il 18 febbraio 1975. Mario Moretti e Mara Cagol guidarono l’assalto al carcere di Casale Monferrato dove fu liberato Renato Curcio. L’evasione venne preannunciata con un telegramma – «Pacco arriva domani» – che non suscitò alcun sospetto. Il giorno dopo Margherita Cagol arrivò con un pacco di cartaccia, all’interno del quale c’era un mitra, che Curcio puntò contro le guardie.

FA: Mario Moretti era ormai diventato il capo dell’organizzazione e riallacciò i contatti presi con alcuni militanti di Roma, provenienti da Potere Operaio e dal Collettivo di via dei Volsci. Poi venne diffusa la prima risoluzione della direzione strategica che prevedeva di attaccare lo Stato colpendo quelli che venivano definiti “servi dello Stato”: politici, magistrati, forze dell’ordine.

Il clima di violenza era ormai diffuso in tutto il Paese, soprattutto nelle grandi metropoli del nord Italia. Il 13 marzo 1975, dopo un pestaggio brutale, alcuni appartenenti ad Avanguardia Operaia massacrarono Sergio Ramelli, 19 anni, esponente del Fronte della Gioventù.

Lo scrittore Giuseppe Culicchia, dopo il libro dedicato al cugino Walter Allasia, esponente delle BR, ha scritto la storia di Ramelli in “Uccidere un fascista”, un libro pubblicato proprio in queste settimane, testo che ben racconta l’odio che imperversava nel Paese in quegli anni Settanta.

Dopo il primo ferimento intenzionale – la gambizzazione, il 15 maggio 1975, del consigliere comunale della DC milanese Massimo De Carolis – il Comitato Esecutivo formato in quella fase da Curcio, Moretti, Semeria e Cagol – organizzò il 4 giugno 1975 il sequestro dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia.

Il giorno dopo il sequestro i Carabinieri fecero irruzione nella Cascina Spiotta dove Gancia era detenuto da Cagol e da un altro brigatista che per decenni non è stato identificato. I due brigatisti tentarono di sfuggire ingaggiando un drammatico conflitto a fuoco con armi automatiche e bombe a mano, che terminò con la morte dell’appuntato dei carabinieri Giovanni d’Alfonso, il gravissimo ferimento del tenente Umberto Rocca e la morte di Margherita Cagol, alla cui memoria le Brigate Rosse dedicarono il nome della loro colonna torinese.

Ci sono voluti 50 anni per fare piena luce su quell’episodio. Proprio nel marzo di quest’anno, l’uomo mai riconosciuto, Lauro Azzolini, è andato a processo ad Alessandria, dove ha testimoniato che era presente quel giorno alla cascina.  Azzolini non ha chiesto scusa ma ha pronunciato un timido “mi dispiace” al figlio di D’Alfonso, Bruno, e ha dichiarato che non dimenticherà mai Mara Cagol, ancora viva e con entrambe le braccia alzate, disarmata, che urlava di “non sparare”. La cosa incredibile è che Azzolini era stato addirittura prosciolto in istruttoria nel 1987 e che a tradirlo sono state undici impronte sul memoriale anonimo con il resoconto dei fatti della Spiotta, a uso interno delle Br, trovato nel 1977 in un covo a Milano.

Un episodio che – come vedremo nel caso Moro – conferma le reticenze, le omissioni, i misteri che avvolgono molti dei fatti più gravi di quegli anni.

RR: Nel 1976, dopo il secondo e definitivo arresto di Curcio, Nadia Mantovani e altri due brigatisti, l’impianto organizzativo subì una trasformazione radicale e il “Fronte delle grandi fabbriche” fu assorbito all’interno del “Fronte della lotta alla controrivoluzione”, che verrà poi articolato al suo interno in vari settori d’intervento. Fu la seconda rifondazione delle BR. Il Comitato Esecutivo era guidato da Mario Moretti e i brigatisti in libertà erano ufficialmente soltanto una ventina. Bisogna quindi chiedersi come fu possibile che in pochissimo tempo le BR poterono costruire un’organizzazione su base territoriale e con una struttura gerarchica divisa in colonne che al momento della loro massima espansione divennero ben 6, intitolate a compagni uccisi: la “Margherita Cagol-Mara” di Torino; la “Francesco Berardi” di Genova; la “Walter Alasia-Luca” a Milano; la “Fabrizio Pelli” degli “Ospedalieri”; in Veneto la “Annamaria Ludmann-Cecilia” e a Roma la colonna “28 marzo”.

I militanti erano “irregolari” o semiclandestini, con funzioni di supporto e fiancheggiamento, oppure “regolari” in clandestinità; questi ultimi percepivano uno stipendio (!) pari a quello di un operaio metalmeccanico e dovevano attenersi a un rigido codice di condotta. Al vertice dell’organizzazione c’era il Comitato Esecutivo, composto da 4 o 5 brigatisti, il principale organo decisionale che deliberava le azioni più importanti ed era a sua volta controllato dalla Direzione Strategica, che includeva una quindicina di elementi in rappresentanza di tutti i fronti e le colonne, a cui spettava l’elaborazione della linea politica complessiva. Nel massimo momento di forza, l’organizzazione arrivò ad avere migliaia di fiancheggiatori e simpatizzanti in ogni luogo di lavoro e soprattutto il sostegno e ispirazione dei “cattivi maestri”.

Il fatto che a metà degli anni ’70, le BR, ridotte al lumicino, fossero riuscite a riprendere rapidamente vigore, insieme alla svolta in senso decisamente militarista impressa da Moretti, ha indotto alcuni a ipotizzare che una parte dei Servizi di intelligence e delle forze di sicurezza abbia praticato nei loro confronti una sorta di “stop and go”, calibrando ad arte la repressione, così da poter strumentalizzare a fini politici la tensione creata dall’escalation di attentati dei terroristi di sinistra. La scelta di smantellare il nucleo speciale di Dalla Chiesa nel luglio 1975, nonostante i suoi successi, ha accresciuto i sospetti in questo senso, anche se non esistono evidenze decisive e questa tesi ha molti oppositori.

FA: Non è quindi un caso se, dopo lo scioglimento del Nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, dal 1976 gli attentati delle BR a persone aumentarono considerevolmente.  Oltre ai brigatisti operavano altre sigle del terrorismo, dai Nuclei Comunisti Combattenti a Prima Linea, costituita nell’autunno del 1976. Un pulviscolo fatto di clandestini, e non, che poi andò in gran parte a rinforzare i nuclei delle Br. In pratica, si allargò nella società italiana quella zona grigia di simpatizzanti, fiancheggiatori e aspiranti terroristi che sostenne l’azione delle Brigate Rosse, in particolare nelle grandi città. Si trattava di militanti per lo più giovani, non altrettanto preparati ideologicamente quanto i vecchi militanti del nucleo storico, ma disposti a tutto.

Un episodio che in quel periodo diede un ulteriore impulso al terrorismo di sinistra italiano fu il processo di Stammheim ai leader di “prima generazione” della RAF, la Rote Armee Fraktion, l’organizzazione tedesca, omologa delle BR. Il processo alla RAF iniziò il 21 maggio 1975 e vide imputati i capi della RAF Andreas Baader, Ulrike Meinhof per 4 omicidi e 54 casi di tentato omicidio.

Il processo si svolse dinanzi al Tribunale di Stoccarda e si concluse il 28 aprile 1977 con la condanna di Baader, Ensslin e Raspe, mentre Ulrike Meinhof si era già suicidata nel maggio 1976. I tre imputati condannati all’ergastolo furono “suicidati” nel carcere di Stammheim (come scrissero i giornali del tempo) nell’ottobre 1977, prima che la sentenza del giudizio diventasse definitiva.

In quel periodo, le BR erano in contatto con la RAF e con tutti i movimenti armati attivi, come l’OLP, e, quando iniziò il processo alla RAF, si convinsero che non si poteva accettare nessun processo dello Stato Imperialista. E fu proprio questa la tesi che il nucleo storico delle BR sostenne quando iniziò a Torino, il 27 maggio 1976, il processo all’organizzazione terroristica istruito dal giudice Gian Carlo Caselli.

Ma la risposta fu soprattutto quella di “alzare il tiro”: l’8 giugno 1976, a Genova, un nucleo armato brigatista guidato da Mario Moretti, colpì mortalmente il procuratore generale Francesco Coco – e i due militari della sua scorta – perché – come detto – si era rifiutato di firmare la scarcerazione dei detenuti che le BR chiedevano in cambio della liberazione del giudice Mario Sossi. Le BR definirono l’assassinio di Coco una “disarticolazione politica e militare delle strutture dello Stato”. Il cruento attentato venne deciso e organizzato da Mario Moretti, Azzolini, Bonisoli e Micaletto e la partecipazione del nuovo militante brigatista della colonna genovese in costituzione, Riccardo Dura.   L’attentato ebbe come conseguenza la sospensione del processo di Torino, che venne rinviato all’anno successivo.

RR: In sintesi, dopo l’iniziale reazione nel 1974, lo Stato sembrò di nuovo inerte mentre le Br, sotto la guida di Moretti, nel biennio successivo si espansero e alzarono il “tiro” fino a giungere al sequestro di Aldo Moro.

Il 1976 si concluse con lo scontro a fuoco a Sesto San Giovanni, il 15 dicembre, tra le forze dell’ordine e Walter Alasia, militante clandestino della colonna di Milano. Morirono il maresciallo Sergio Bazzega, il vicequestore Vittorio Padovani e lo stesso Allasia, da cui prenderà il nome la colonna di Milano.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *